La guerra combattuta a parole

Giuliano Amato ed Emma Bonino, che hanno avuto il coraggio di parlare con chiarezza, devono provare un certo disagio di fronte al discorso pronunciato da Massimo D’Alema alla Camera. Il ministro degli Esteri ha letto un Bignami di luoghi comuni sul Medio Oriente, con il ritornello sulla «reazione sproporzionata» di Israele, con l’indice puntato sulla «visione prevalentemente militare della sicurezza» da parte del governo di Gerusalemme, con la disponibilità a mandare «caschi blu» in una missione dell’Onu di cui si parla solo in Italia per ragioni di politica interna, con l’assoluzione preventiva dei regimi di Damasco e di Teheran. Ma soprattutto con un approccio in cui è davvero molto sfumata la gravità della minaccia del terrorismo e degli Stati che lo sostengono, tanto sfumata da indurre a pensare che il governo dell’Unione legga questi giorni di guerra attraverso le vecchie lenti della questione palestinese e non come una nuova pagina del dopo 11 settembre.
Il leader della Quercia non ha ascoltato le voci che nella sua stessa maggioranza hanno invitato a non cadere nei riflessi condizionati di una cultura che attribuisce all’Occidente, a Bush, in primo luogo all’intervento in Irak, la responsabilità del conflitto. È andato avanti per la sua strada, preoccupato più della reazione dei suoi alleati «antagonisti» che del ruolo e dell’impegno internazionali dell’Italia. Ha ignorato perfino il tentativo compiuto in extremis da Fassino di dare maggiore credito alle ragioni di Olmert, parlando l’altra sera davanti alla Sinagoga di Roma.
C’è ora da chiedersi se e come reagiranno coloro che nell’alleanza di centrosinistra hanno cercato di sottolineare la necessità di rispondere all’offensiva del terrorismo, al passo compiuto da Hamas e da Hezbollah che Amato ha definito «un attacco a Israele, globale, concentrico, premeditato e organizzato» e che è parte dell’offensiva planetaria del fondamentalismo contro le democrazie.
Non si tratta di differenze dettate da ragioni tattiche o leggibili nel divario, sempre esistente, fra le esigenze della diplomazia e l’interpretazione politica di quel che accade nel mondo. In questo caso emergono punti di riferimento e valori che appaiono inconciliabili. Li conosciamo, ma vanno ricordati. Da una parte c’è quella cultura interventista e internazionalista che fissa un grande confine, un discrimine, fra l’area della democrazia e le reti che la minacciano. È una cultura che, dopo il 1989, si era affermata anche a sinistra, che si è trasformata in azione politica durante la guerra in Bosnia e che dall’11 settembre è diventata la scelta della «nuova destra» occidentale e dei suoi governi. Cioè la cultura della responsabilità e della difesa della libertà globale. Dall’altra parte c’è la melassa dell’appeasement, c’è l’illusione espressa dallo spirito «onusiano», c’è l’equivoco del pacifismo, c’è la sciocchezza del terzaforzismo europeo, c’è la giustificazione dei «serbatoi di odio», c’è l’idea che sia tollerabile anche la non-democrazia e che, per difendersi dalle minacce del terrorismo, bastino le parole. Israele – sappiamo anche questo, ma va ripetuto – è il simbolo più compiuto dell’inconciliabilità di questi valori.
Non è dunque per caso che il problema si sia riaperto proprio in questi giorni nel calderone di una sinistra che riesce a tenere insieme una cultura della responsabilità e – per ricordare un vecchio giudizio di Pannella – lo «spirito di Vichy». Ma chi sta nell’Unione e vede nella guerra di difesa che Israele combatte anche una difesa della nostra democrazia non può ridursi al triste ruolo del «dissidente». Sui valori non si può transigere anche se costasse uno strappo.