LA GUERRA CONTINUA

Londra seguita a resistere alla pressione psicologica delle nuove bombe su metropolitana e bus con compostezza e senza isterismo. Ma il messaggio è chiaro: la guerra continua ed è per un caso fortunato che ieri non ci siano state altre vittime, ma solo un ferito lieve. Quel che emerge dalla cronaca è tuttavia spaventoso: terroristi che lanciano borse nei vagoni, terroristi che sfuggono alla cattura minacciando di farsi saltare in aria, terroristi che si comportano come pesci nell’acqua. Londra seguita a resistere ma l’impressione che il nemico vuol dare e che riesce a dare è quella di una capacità di apparire e scomparire, colpire e minacciare. Il loro è un messaggio più complesso di quello delle bombe del 7 luglio, perché contiene elementi di casualità e di ferrea organizzazione piramidale. Gli attentatori agiscono a quanto pare con una loro autonomia operativa all’interno di cellule coordinate ma indipendenti che ieri hanno attaccato simultaneamente le stazioni di Shepherd’s Bush, Oval e Warren Street, e l’autobus 26 nella zona di Bethnal Green.
La mobilità impunita degli attaccanti risponde ad un addestramento di livello elevato anche se artigianale e questo deve essere secondo noi il tema di analisi dei nostri servizi di sicurezza. Coloro che agiscono sul territorio britannico non sono stranieri, ma nemici mortali cresciuti e spesso nati in casa: in questo consiste il salto di qualità che l’Europa sta sperimentando e che la rende più vulnerabile dell’America con la sua massa di cittadini residenti di origine araba o asiatica di religione islamica fra i quali crescono anche i militanti di Al Qaida. Dunque se questo è il modello che dobbiamo temere, è bene che cominciamo a studiarlo e temerlo con intelligenza, perché sarà applicato anche alle nostre città. In Italia lo schieramento delle forze dell’ordine, in particolare a Roma, è imponente e ha un efficace potere dissuasivo, ma il nemico che abbiamo di fronte non è un generico terrorismo internazionale, ma la punta emergente di un corpo sommerso formato per lo più da immigrati pacifici, fra i quali vengono a maturazione giovani militanti arruolati dalle cellule terroristiche islamiche. Se l’undici settembre è stato realizzato con una operazione di commando sbarcata in America, in Europa tutto avviene per una sorta di combustione spontanea. Non è un caso se la Francia, contraria alla guerra in Irak, è in stato di massima allerta con i suoi sei milioni di cittadini di origine algerina, tunisina, marocchina e africana. Che la Francia non sia immune dal terrorismo islamico è cosa nota; negli anni Ottanta catene di attentati colpirono la metropolitana di Parigi e i giornalisti francesi sono stati rapiti e umiliati in Irak. Tutto ciò dà a sufficienza la percezione di quanto questa guerra sia una guerra globale anche se asimmetrica (cioè senza un preciso e unico territorio di provenienza) e non conosca frontiere: è una guerra in cui l’attaccante non rivendica obiettivi trattabili su cui siano possibili colloqui, ma cerca di distruggere, umiliare e castigare un mondo, il nostro, considerato insopportabile perché esprime i valori della libertà cari alle democrazie.
Dunque è un nemico con cui non si tratta e non si contratta e che richiede l’elaborazione di strategie nuovissime, culturalmente originali e non soltanto dei necessari provvedimenti restrittivi. In parole povere, occorre che l’Occidente aggredito non si limiti a difendersi come un gigante ferito, ma sappia immaginare un contrattacco che non sia soltanto militare e che non bari sulla natura e le dimensioni del conflitto. Troppo facile dire che non vogliamo conflitti di civiltà: è tipico della nostra civiltà non volere conflitti di civiltà, ma è tipico della loro civiltà scatenare la guerra contro la nostra civiltà.
p.guzzanti@mclink.it