LA GUERRA DEI BAMBINI Una storia mai raccontata

Nei due mesi della rivolta di Varsavia, fra l’agosto e l’ottobre del 1944, morirono ventimila bambini. Quattrocentomila ne perirono nei novecento giorni dell’assedio di Stalingrado, 5.586 nei raid alleati su Amburgo del luglio 1943, 7.736 in tutti i bombardamenti tedeschi sulla Gran Bretagna della seconda guerra mondiale. Intorno al milione e duecentomila dovrebbero essere le vittime minorenni della Shoah. Alla fine della seconda guerra mondiale gli orfani polacchi erano un milione, e un bambino greco su otto era rimasto solo. Dei circa trenta milioni di disperati che si aggiravano per l’Europa nella primavera del ’45, più di un terzo erano ragazzini abbandonati.
Questo catalogo degli orrori, per altro largamente incompleto, non è certo sorprendente. Che la seconda guerra mondiale sia stata un’apocalisse lo sappiamo fin troppo bene; e se un conflitto produce 55 milioni di morti, in un’Europa per altro popolata di giovani, non possiamo che aspettarci un’ecatombe di minorenni. E tuttavia, non succede spesso che la guerra sia osservata «dal basso», per come la vissero e la ricordano i suoi testimoni più piccoli. A sorprendere perciò è il fatto che, nell’ondata di iniziative e pubblicazioni generata in Gran Bretagna dal sessantenario del V-Day, questa prospettiva insolita abbia ispirato una grande mostra dell’Imperial War Museum - accompagnata da un catalogo di Juliet Gardiner, «The Children’s War» («La guerra dei bambini») -, e due ulteriori volumi, uno dedicato alle memorie odierne di chi allora era bambino, «Children of War» («Figli della guerra», edito da John Murray) di Susan Goodman, l’altro, «Out of Harm’s Way» («Fuori dai guai», Headline) di Jessica Mann, alle vicende dei bimbi che in quegli anni furono evacuati dalla Gran Bretagna.
Ben conscia dei non confortanti sviluppi dell’aeronautica militare, la guerra civile spagnola freschissima nella memoria, la classe dirigente inglese cominciò con grande anticipo a preparare il paese ai bombardamenti. E così proprio il primo settembre del 1939, mentre la Wehrmacht marciava su Danzica, quasi un milione e mezzo di ragazzini inglesi residenti in città, una valigia o una federa gonfia di vestiti in un mano, una scatola di cartone con la maschera antigas nell’altra, si diressero in fila indiana dalla scuola verso la stazione ferroviaria più vicina. Era scattato lo sbalorditivo piano predisposto dal comitato governativo per l’evacuazione presieduto da Sir John Anderson, per il quale chi lo volesse poteva spedire i propri figli nei villaggi di campagna, dove genitori adottivi si sarebbero presi cura di loro.
Sbalorditivo il piano Anderson lo era per la sua entità - ma pure per il sostanziale (e molto britannico) disinteresse che dimostrava nei confronti dell’impatto emotivo che l’evacuazione avrebbe avuto sui bambini. Tanto più che i genitori adottivi non erano affatto scelti in partenza, né concordati coi genitori naturali: appena arrivati a destinazione e sommariamente rinfrancati con tè e biscotti, i bambini venivano raggruppati a mo’ di mandria e dati in pasto ai potenziali affidatari. Con quali effetti, lo si può facilmente immaginare: «Se assomigliavi a Shirley Temple - ricorda John - ti acciuffavano al volo. Le bimbette angeliche sparivano per prime, nelle case di chissà chi o chissà dove. Qualcuna forse la sceglieva il pedofilo del luogo. Ma la maggior parte delle bambine finiva nelle case migliori. Alla fine, però, se eri come me o il mio amico Alfie, che pareva sempre ancora più lurido di quanto non paressi io, le probabilità che ti scegliessero erano davvero basse». Per fortuna, quanto meno la tizia che si mise a ispezionare i capelli e la dentatura degli evacuati fu scacciata da un’assistente: «Verranno pure dall’East End (la zona più povera di Londra) - disse - ma sono esseri umani. Sono bambini, non animali».
Come sempre accade quando tante persone si incrociano con tante persone, le esperienze dell’evacuazione furono le più diverse. Essere strappati ai propri genitori fu per molti bambini uno shock terribile, ma altri si divertirono parecchio. I genitori adottivi furono in qualche caso freddi e duri, talvolta anche disumani e crudeli - ma in genere assai civili e spesso affettuosi. Figli di famiglie povere ebbero in case benestanti opportunità migliori di quante non ne avessero avute fino ad allora, e si ha anche notizia di adozioni divenute poi permanenti.
Col primo settembre del 1939 cominciarono per la Gran Bretagna i lunghi mesi della «strana guerra», e negli accigliati cieli britannici di Messerschmitt, Heinkel o Junker non se ne vedeva uno che fosse uno. Fu così che la maggior parte dei bambini tornò a casa - giusto in tempo per la Battaglia d’Inghilterra. Con l’inizio dei bombardamenti a tappeto, e con la concreta minaccia che dopo novecento anni i nazisti riuscissero infine a ripetere l’impresa di Guglielmo il Conquistatore, scattò un secondo piano di evacuazione dei bambini - destinazione finale, questa volta, i dominions o gli Stati Uniti.
L’impatto emotivo sui piccoli emigranti - alla fine furono più di 2.500 - fu, rispetto al precedente piano di evacuazione domestica, tanto maggiore quanto maggiore era la distanza. Anche in questo caso, un impatto non necessariamente negativo: «Quando mia madre mi disse che avevo un posto su una delle navi che evacuavano i bambini - ricorda Ernie - mi sentii come se avessi vinto al Lotto. Avevo tredici anni, e stavo per cominciare un’enorme avventura. Avevamo una lista delle cose di cui avrei avuto bisogno. Alcune erano strane. Che cos'era un Panama?».
Ma non ci avrebbe fatto un bel nulla Ernie, col suo Panama, se per attraversare l’Oceano si fosse imbarcato sulla «City of Benares», la nave che l’U-boot 48 silurò la sera del 17 settembre 1940, uccidendo 255 persone, di cui 77 bambini, e convincendo il governo che con l’evacuazione era meglio piantarla. Né il cappello l’avrebbe aiutato anni dopo a gestire emotivamente il rientro a casa da genitori che non conosceva più, né lo conoscevano più. «Ero alla stazione di Leeds - ricorda Barbara, tornata dall’Australia dopo quasi sei anni -. Una nebbia pesante mi si arricciava intorno, e se n’erano andati tutti via. Ero passata forse tre volte davanti a quella coppia. Loro non sapevano che ero figlia loro, e io non sapevo che erano i miei genitori. Mi sentivo così sola».
Nell’ultimo capitolo del suo libro Jessica Mann, che fu essa stessa una seavacuee in America, si chiede, e chiede agli altri «reduci» dell’evacuazione transoceanica, che cosa pensino oggi della scelta che allora fecero i loro genitori, e se a loro volta sarebbero capaci di prendere una decisione simile per i loro figli. «Su questo punto siamo unanimi come su nessun altro. Per nessuna ragione. In nessuna circostanza. Mai». Lei stessa però, davanti agli orrori del conflitto, afferma pure: «Non dobbiamo chiederci per quale motivo alcuni genitori siano stati tanto disperati da mandare i bambini oltreoceano. Piuttosto dobbiamo chiederci: come mai non lo furono tutti?».
La domanda diviene tanto più legittima quanto più leggiamo le pagine che questi libri dedicano ai bombardamenti del 1940, e poi - in misura minore - alla stagione delle V1 e V2. Le corse precipitose nei rifugi - magari i rifugi Anderson seminterrati nei giardini e quasi sempre allagati. Il riemergere col cessato allarme in un panorama di rovine, sotto il quale giacevano vicini di casa e compagni di giochi. Lo spettacolo straziante del musicista sopravvissuto al bombardamento del Café de Paris, «scarmigliato, una specie di Charlot, il tight nero impolverato e stracciato, ma stranamente col cappello ancora in testa», che tornava a casa per trovarla distrutta, la moglie e il figlioletto morti: «Di colpo deve aver capito che cosa era successo e dove, perché cominciò a gridare e lamentarsi forte, fuori controllo, impazzito per il dolore insopportabile... Il suo pianto terribile lo sento ancora...».
Non tutti i giovanissimi della guerra furono civili. Dei 265mila soldati inglesi morti nel conflitto, 3.600 non avevano ancora compiuto i diciotto anni, diciotto avevano solo quattordici anni - il più giovane si chiamava R.V. Steed, e annegò al largo del Marocco. E non parliamo poi dei ragazzini giapponesi o tedeschi mandati a morire per le loro patrie ormai disfatte e disperate.
Il 4 giugno scorso il sindaco di Roma ha inaugurato in un piccolo parco una lapide a Ugo Forno, morto il 5 giugno del 1944 per impedire ai genieri tedeschi di minare un ponte sull’Aniene. Ugo aveva compiuto da un mese i dodici anni. Che sia «morto per la libertà», come recita la lapide che giustamente lo ricorda, è per certi versi vero - ma resterebbe da capire che cosa ne sapesse Ugo della libertà, e soprattutto che cosa della vita che per la libertà ha perduto.
giovanni.orsina@libero.it