La guerra dei condizionatori divide i genovesi

Ma c’è chi va al supermercato per sottrarsi alla calura in questi giorni di afa torrida

Erika Falone

Aria condizionata sì, aria condizionata no. Dalla calda estate del 2003 con il boom del condizionatore, la popolazione accaldata si è divisa tra chi del «freddo artificiale» proprio non può fare a meno e tra chi preferisce la tradizionale finestra aperta e magari un ventilatore. Le «faziosità» hanno inizio alla mattina presto tra chi, per andare a lavorare, deve prendere l’autobus. Non tutti i mezzi sono climatizzati. Quelli a «lunga percorrenza» di nuova generazione sì.
Prendiamo un 17, Capolungo-De Ferrari alle otto e mezza di mattina. Tra gli utenti non si parla di altro. «Ho fatto una corsa per prenderlo a adesso mi trovo immersa in quest’aria gelata - dice una signora -. Come minimo mi aspetta un bel raffreddore».
E cè anche chi il male d’estate se l’è già buscato. «In biblioteca tengono l’aria condizionata altissima nelle aule di studio - spiega Simona, studentessa universitaria -. È un bene perché siamo così tanti che non si riuscirebbe a respirare. Il problema è quando si esce: ci saranno almeno sette gradi di differenza».
Anche il partito «pro aria condizionata» fa sentire la sua voce: «Meno male che c’è - fa eco un signore -. Fosse per me la metterei anche sugli autobus più piccoli. Per fare anche solo due fermate, ma al fresco». E non è finita. «Non vedo l’ora di scendere nel supermercato sottocasa - ammette la signora Franca -. Con la scusa della spesa, mi faccio un giro al fresco. In casa fa troppo caldo».
Insomma, per un motivo o per l’altro è tutto un mugugno.
Anche l'autista dice la sua: «È un incubo. C’è chi ha troppo freddo e mi chiede di abbassarla. E io la abbasso. Ma dopo venti minuti, arriva qualcuno a dirmi che fa troppo caldo. E io la alzo di nuovo. Su è giù con il termometro tutto il giorno. Se non mi sono già ammalato io, è un miracolo».
Stessa musica sui treni metropolitani, quelli che collegano Voltri con Nervi e che, nelle ore di punta, sono stracolmi di pendolari. I finestrini sono sigillati. Il Taf - treno ad alta frequentazione - non può neppure partire se non funziona l’aria condizionata. «Che alcune mattine è veramente gelida - lamenta un pendolare -. Ma dopo qualche minuto ci si abitua alla temperatura». «Ma infatti il problema - incalza la signora seduta di fianco - è quando si scende. Per arrivare in ufficio dalla stazione devo fare un tratto di strada a piedi. Arrivo nel portone tutta accaldata e già mi trovo davanti un muro di aria fredda».
«Sono mode - dice l’anziana signora che da Voltri sta andando a Nervi per andare a trovare i nipotini -. Ai miei tempi si è sempre vissuti bene anche senza condizionatori. Dicono che adesso faccia più caldo. Ma mio marito ha comprato un bel ventilatore. Con quello che fa muovere un po’ l’aria siamo a posto». Guadagnandoci in salute. Sì, perchè il vero problema dell’aria condizionata è la differenza di umidità: il freddo climatizzato è «secco». Vero è che spesso si tende ad abbassare un po’ troppo il termometro, provocando così uno sbalzo di temperatura eccessivo tra interno ed esterno.
«Quando entriamo in ambiente con l’aria condizionata, viste le temperature di questi giorni, spesso siamo molto accaldati - dicono i dottori -. Il corpo ha delle difficoltà ad adattarsi a un’escursione termica così ampia. E le prime conseguenze sono disturbi da raffreddamento: contrazioni muscolari, raffreddori e influenze».

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