La guerra dei nomi

Devo riconoscere che questa incredibile vicenda delle strade di Milano, sulla quale si è scatenata una imprevista bufera, mentre io pensavo di ottenere un universale plauso, per avere fissato sulle strade, nei giardini e nei parchi, i nomi di donne e uomini illustri nell'arte, nello spettacolo, nella politica, consente qualche opportuna riflessione. Molto giusto è stato l'intervento di Gaspare Barbiellini Amidei, che mostra di avere apprezzato il metodo e la pazienza del mio lavoro, a partire da una esplicita richiesta del sindaco di Milano, perché l'assessore competente, cioè io, individuasse due strade per Camilla Cederna e Oriana Fallaci.
La polemica nacque subito: ma non sull'opportunità di dedicare le due strade a due donne celebri e controverse, ma sulla mia propria inadeguatezza a scegliere una via per la Cederna che mi aveva querelato per alcune critiche, peraltro non infondate, ai suoi articoli e ai suoi libri. Nessuno allora, da destra, protestò per la proposta del sindaco, ma invece gli eredi della Cederna protestarono contro di me cercando di sfiduciarmi. Mi sembrava che quello fosse il problema da risolvere, e non la discussione sui meriti della Cederna. Così incontrai i parenti, chiarii il mio pensiero, feci alcune proposte e tutto parve risolto.
Pensai allora di non limitarmi alle due illustri giornaliste, ma di ricordare altre personalità, in parte proposte da comitati, enti e parenti, in una lunga lista d'attesa depositata all'Assessorato. E se, di mio, ho aggiunto amici perduti come Fabrizio De Andrè, Carmelo Bene, Gino De Dominicis, Giorgio Gaber, Aldo Protti, Giovanni Raboni, dovendo recedere su altri come Lucio Fontana o Vico Magistretti per pericolose omonimie, un buon numero aveva segnalazioni ed era già ben noto agli uffici. Ho soltanto scelto evitando astrazioni come «Via dei donatori di sangue» pensando piuttosto agli uomini illustri. Così si affacciano i nomi di Valentino Bompiani, di Bobi Bazlen, di Achille Campanile e poi, ovviamente, di Strehler, di De Andrè, di Walter Chiari, variamente memorabili e a me cari. Ma, dalle liste in Assessorato, escono Renata Tebaldi, Ernesto Calindri, Wanda Osiris, credo Papa Wojtyla e Aldo Aniasi.
Sono ancora io, invece, a introdurre Altiero Spinelli, di cui ricorre il centenario della nascita e per il quale è stato costituito un Comitato nazionale, e Edgardo Sogno, per il giusto risarcimento a una Medaglia d'Oro della Resistenza troppo facilmente dimenticata. Su quest'ultimo nome attendevo polemiche da sinistra; e invece mi arrivano da destra per Aldo Aniasi. Ho faticato e fatico ad intenderne le ragioni, avendone visto il nome al Famedio del Cimitero monumentale e ricordandolo come un sindaco abbastanza ecumenico. Forse la mia è stata una ingenuità, forse non dovevo riesumare carte, ma solo affidarmi alla mia memoria. Fatto sta che mi sono mosso nello spirito indicato da Barbiellini Amidei: «Al di là del paradosso c'è qualcosa di civilmente imbarazzante in questa improvvisa contesa intorno alle lapidi. L'onore a un morto non è un ticket da mettere a referendum».
Non riesco ad immaginare un «tavolo di concertazione» sui nomi da affidare agli stradari cittadini. Considerazioni sacrosante se si confrontano con quelle inutilmente polemiche apparse anonime su L'Opinione, ma, probabilmente, dovute a Paolo Pillitteri in stato confusionale. Secondo lui (o l'Anonimo), io, che per la Cederna ho avuto la richiesta del sindaco e su Aniasi cado dalle nuvole, avrei fatto le mie proposte per épater le bourgeois. L'Anomino trova anche improprio che io conduca illustri ospiti fuori orario in visita alle mostre come accade in ogni città e con il risultato di aver ottenuto un importantissimo prestito di quadri per Milano (ignorando, fra l'altro, che i custodi dei musei di notte devono essere svegli e possono ricevere le visite dei loro superiori e possono, anche, lavorare fuori orario come restauratori o elettricisti).
È proprio dalla normalità del mio comportamento che esce la proposta di Aniasi invece che di Craxi, il cui nome potrebbe, per qualche verso, épater le bourgeois, e non solo. Nell'incredibile fuoco delle polemiche, il nome di Bettino Craxi mi viene suggerito dall'assessore Pillitteri junior. E mi sembra una sana provocazione e una buona proposta. Altrettanto buona la compensazione indicata da Barbiellini Amidei: quella di una via per Sergio Ramelli, il giovane di destra ucciso in un agguato e nei confronti del quale Aniasi mostrò insufficiente pietà. Forse per un antifascismo di maniera più forte delle semplici considerazioni umane. Come per il Leoncavallo, sono questioni di cui non ho memoria. Ed è difficile pensare che io voglia épater le bourgeois con Aldo Aniasi e Camilla Cederna. Per quest'ultima le riserve, rigorosamente negate da Barbiellini Amidei («quel cognome è un orgoglio per Milano capitale del giornalismo») potrebbero essere riproposte dopo l'imprevista ma opportuna uscita del Presidente Napolitano che, ieri, a Napoli, ha riabilitato il suo predecessore Giovanni Leone, costretto alle dimissioni in un terribile scontro con il Quarto potere incarnato proprio da Camilla Cederna, con un libro riconosciuto diffamatorio, La carriera di un Presidente.
A distanza di tanti anni io, dedicando la strada alla Cederna, avevo mostrato di non volere riaprire le polemiche nonostante che nel passato avessi duramente condannato le sue inchieste giornalistiche, piuttosto tendenziose, proprio su Leone e Calabresi. Di fatto, nei processi per diffamazione contro la Cederna, la giornalista fu riconosciuta colpevole; in quelli promossi da lei contro di me, io sono stato riconosciuto innocente. Ma oggi le parole di Napolitano riaprono la questione, molto importante, della deontologia giornalistica, anche e soprattutto verso il Potere. E, purtroppo, la Cederna, grande, e anche divertente scrittrice, spesso ha superato per il piacere della critica, il dovere della verità. Parola di Sgarbi.