La guerra dei sindacati che chiude il teatro

(...) testa di fare contemporaneamente il sindacato (e ci sta), gli artisti (e ci sta), la direzione artistica, il consiglio di amministrazione e il sovrintendente (e non ci sta).
Quello che è successo ai tempi di Gennaro Di Benedetto è incredibile: Genova aveva un sovrintendente capace, che aveva rilanciato il teatro e che aveva provato a gestire le relazioni sindacali in modo moderno. Niente di rivoluzionario, per carità. Non è che Di Benedetto voleva trasformare il Carlo Felice nella succursale di un lager nazista. Fra l’altro, basterebbe conoscere il capo del personale di allora, Massimo Demuru, per rendersi conto che non sarebbe in grado di fare male a una mosca, che è una persona assolutamente ragionevole e che non indossa stivaloni, frusta e mascherina prima di intrattenere relazioni sindacali, per vessare i dipendenti. Insomma, non è un sadico che ama schiavizzare i lavoratori. Anzi.
E proprio qui, secondo me, sta la chiave. Nemmeno Di Benedetto e Demuru - che i sindacalisti disegnavano cattivi come una Jessica Rabbit di De Ferrari, ma che in realtà hanno il cuore di panna come il Cornetto (sia pure non quello inglese dell’orchestra) - sono riusciti a vincere. E così - complice Marta Vincenzi - si è arrivati a un commissariamento sbagliato che non ha portato particolari benefici al teatro e ora al rischio di chiusura.
Eppure, cambiando sovrintendenti, commissari e consigli di amministrazione, negli anni, la storia era sempre la stessa, la musica pure: i lavoratori del Carlo Felice, di fatto, provavano a gestire il teatro. Trovando, sciaguratamente politici di sinistra (e spesso pure di destra) che davano loro retta. Con le conseguenze che vediamo oggi.
Nulla ci è stato risparmiato: dalle lamentele per lo spiffero in palcoscenico che impediva la rappresentazione proprio dell’opera in cartellone in quel momento, alla descrizione del maestro Oren che appoggiava le loro battaglie come l’unico vero erede di Mozart, allo sciopero la sera del concerto offerto da Finmeccanica ai suoi dipendenti ed ospiti. Il tutto a inviti già spediti e particolari già predisposti. Per la cronaca, il concerto poi non ha più potuto andare in scena. Sempre per la cronaca, Finmeccanica è uno degli sponsor principali del teatro e non chiede nient’altro in cambio che un concerto all’anno. Quello saltato.
Ora, siamo arrivati alla sfida finale. Da un lato il consiglio di amministrazione e soprattutto il direttore di staff Renzo Fossati a spiegare che, senza la cassa integrazione (già finanziata, peraltro) in questi mesi o, alternativamente, i contratti di solidarietà, si chiudono baracca e burattini. Dall’altro, i sindacati spaccati fra quelli (minoritari) pronti ad accettare la proposta e i duri (maggioritari) che rilanciano. Per la prima volta, aprendo la porta a qualche rinuncia.
Sempre che sia sufficiente. Sempre che non sia troppo tardi.