Guerra e corruzione nella Cina del ’600

Nella cultura wuxia, l’arma è la spada. Brandendola, il guerriero diventa tutt’uno con lei e assume un’identità a parte; la lama prende vita e spirito». Così Tsui Hark, produttore, sceneggiatore e regista di Seven Swords (Sette lame) presentava il film inaugurando fuori concorso la Mostra di Venezia 2005. A suo modo un evento: Seven Swords capovolgeva infatti la prospettiva di The Terminal di Spielberg, film d’apertura nella Mostra del 2004. Al posto dell’apologia dello sradicamento, la difesa dell’identità; al posto del piagnisteo, la lotta; al posto di un non-luogo (l’aeroporto) per sfondo e di un non-cittadino per protagonista, sangue e suolo.
Ma chi è Tsui Hark per inaugurare la Mostra e per arrivare ora nelle sale deciso a ripetere, se non gli incassi del Signore degli Anelli, quelli della Tigre e il dragone? Ha cinquantasei anni, è nato in Cina, ma è cresciuto a Saigon, nel quartiere cinese di Cholon, fra la guerra francese e la guerra americana per dominare l’Indocina. Brizzolato, baffi, pizzo sul mento, ha riversato il ricordo delle angherie dell’esercito e della polizia dell’allora Vietnam del Sud in A Better Tomorrow III (dvd Eagle), da lui prodotto e diretto.
Seven Swords parla di guerra, corruzione, invasione all’avvento della dinastia Ching, nel 1660. S’ispira al romanzo di Liang Yu-Shen, uscito mezzo secolo fa, di cui però Hark ha lasciato inalterato solo il titolo. I personaggi coreani, per esempio, li ha introdotti lui, con due risultati: ampliare l’area di spettatori che possa sentirsi coinvolta nella vicenda; alludere alla minaccia di bombardamento e invasione della Corea (del Nord) da parte americana. Il cinema è la continuazione della politica con altri mezzi.
E la continuazione di più o meno consapevoli mitologie. Non a caso il titolo rimanda ad altri film col sette, dai Sette Samurai di Kurosawa al suo rifacimento americano, I magnifici sette di Sturges. In Cina poi sette è un numero fortunato e per un regista ha il vantaggio di consentire inquadrature col protagonista al centro, tre comprimari a destra e tre a sinistra. Oltre a questo, c’è tanta azione e troppa durata, difficile da seguire anche perché, per occhi europei, cinesi e coreani sono come italiani e francesi per occhi cinesi.

SEVEN SWORDS di Tsui Hark (Cina, 2005), con Donnie Yen, Leon Lai. 144 minuti