«Guerra fino all’arrivo della forza internazionale»

Gelate le richieste europee di un cessate il fuoco immediato

Gian Micalessin

da Kiryat Shmona

Stavolta non è solo pioggia, stavolta è temporale, uragano, tempesta. Diluvio di fuoco e acciaio su Kiryat Smona. Doccia di katyusha su tutto il nord. Ne cadono dieci intorno alla strada soltanto lungo i dieci chilometri da qui a Metula. Cinquanta in questa zona. Duecento su tutto il nord. Un record, un nuovo traguardo per il 21° giorno di guerra. Due razzi cadono perfino sulla Cisgiordania settentrionale. L'aria puzza di cenere e guerra. Il cielo è una coltre di calore e caligine. Eccola. Uno sbuffo di fumo bianco, il boato cavernoso, lo sciame micidiale di polvere e schegge, l'incendio di alberi e arbusti. Dove sono già cadute la terra arde. Da ore. Pire di cinquanta metri lungo questa striscia d'asfalto. Colonne di fumo sulla montagna e sulla vallata. Case in fiamme nella città. Lassù volano i «drone», gli aerei telecomandati. S'abbassano come sciami di mosche giallastre, cercano i lanciatori di missili, trasmettono foto e filmati alla sala di controllo. Gli obici aprono il fuoco, bersagliano la montagna. Saturano l'aerea di tiro. Gli umani sono scomparsi inghiottiti dai rifugi. Un civile galoppa verso l'auto parcheggiata, la borsa di pelle gli rimbalza sulle calcagna, lui arranca a testa bassa, spalanca la portiera, si getta a terra. L'esplosione lo congela così, tra il suo terrore e i nostri occhi di passaggio. Lui li riapre, ci guarda, la mano s'alza a dire tutto bene. Si rimette in piedi, si butta dentro, accende il motore, accelera via.
Ehud Olmert è già ai microfoni. Parole di guerra per un’altra mattina di morte. Una katyusha su un ciclista in un kibbutz di Naharya, trenta chilometri a sud di qui, un centro del destino, una morte senza scampo. Feriti un po' ovunque. Ma durerà ancora. Lo dice l'istinto degli israeliani. Lo ricorda il loro primo ministro. «Se, come speriamo, la forza internazionale sarà una forza effettiva ed efficace costituita da unità combattenti allora potremo cessare il fuoco non appena quella forza internazionale sarà sul terreno, non appena verrà dispiegata nelle regioni meridionali del Libano». Trenta secondi di dichiarazioni per cancellare illusioni e sogni di un cessate il fuoco immediato, di una concessione israeliana, di una mossa di pace americana.
Senso, tempi, modi e intenzioni israeliane sono racchiuse, per ora, in quella frase. Chiarite da quella immediatamente successiva. «Stiamo cercando di spingere le forze di Hezbollah il più lontano possibile dalle loro posizioni iniziali, per far spazio ad una forza internazionale che prima arriverà meglio sarà». Ma sono anche le dichiarazioni del 21° giorno. Un giorno di guerra troppo vicino all'inizio e troppo lontano alla fine. La penetrazione nella valle della Bekaa è appena iniziata, il confine settentrionale è ancora lontano dall'esser pienamente sotto controllo. Tiro è ancora piena di civili e missili. La frontiera tra il Libano e la Siria non è più un fiume in piena, ma lascia ancora scorrere missili, armi e munizioni. Insomma un sacco di lavoro resta ancora da fare. Nonostante i lamenti dell'Europa. Nonostante le promesse di un cessate il fuoco in pochi giorni azzardate da Condoleezza Rice.
Per Olmert le parole del segretario di Stato, della donna che gli ha imposto 48 ore mal rispettate di cessate il fuoco nei cieli, è come se non esistessero. Lui preferisce evocare George Bush. Preferisce invocare la 1559, la risoluzione - votata dal Consiglio di Sicurezza nell'autunno del 2004 per volere di Parigi e della Casa Bianca - che impone al governo libanese il pieno controllo del sud e il disarmo di tutte le milizie. «Come ha detto il presidente Bush c'è bisogno di una forza internazionale composta da unità combattenti, capace di dare piena attuazione alla risoluzione 1559 in tutto il Paese a partire dalle regioni meridionali». Quella risoluzione diventa, nelle parole di Olmert, la chiave per una guerra da combattere e prolungare a piacimento. Parole che valgono oggi, ma possono essere ridimensionate, attutite, moderate, in caso di vittoria fulminea. Oggi quella forza internazionale inizialmente rifiutata, osteggiata, discussa è il principale grimaldello per scassinare le difese di chi, in Europa ed altrove, gli chiede di far tacere le armi.
Ehud lo sa. Pretenderla efficace, efficiente, combattiva, pronta a schierarsi in zona di combattimento e a sacrificare i propri soldati è il modo migliore per accendere i dubbi dell’Europa, ritardare il passo delle sue demotivate legioni. Il modo migliore per continuare l'offensiva fino a quando anche una sfilacciata ed esitante «forzina» europea basterà a contenere un Partito di Dio fiaccato e ridimensionato. E, a quel punto, più debole si presenterà, più evidente e innegabile sarà la vittoria d'Israele e del suo primo ministro.