Guerra fredda al Polo Ottawa sfida Mosca con due basi militari

E Usa e Norvegia mandano «missioni scientifiche» nelle zone nel mirino dei russi

La chiamano la dorsale Lomonov. Sono 1.800 chilometri di montagne e fiordi. Un’infinita ruga rocciosa spessa oltre tremila metri che increspa il fondo marino dalla Siberia all’Arcipelago artico delle Ellesmere. Su quell’infinita grinza subacquea corre la nuova volontà di potenza del Cremlino. Su quella catena poggiano le speranze russe di disegnare tra i ghiacci del Polo Nord una dépendance casalinga trasformandola nel proprio frigorifero energetico.
A ridosso di quelle montagne e di quei fiordi sottomarini sono scivolati i due batiscafi russi Mir 1 e 2 incaricati di conquistare la calotta artica. Si sono immersi il 25 luglio al largo di Murmunsk e sono sprofondati 4.000 metri sotto il Polo Nord piantandovi, il 2 agosto, un’asta di titanio con i colori della bandiera russa. Quella dichiarazione implicita di possesso fa già impazzire canadesi, americani e norvegesi, le tre nazioni che rischiano di vedersi soffiare le ricchezze del Polo. Stime esatte non ve ne sono. Quelle che circolano parlano di giacimenti di gas e oro nero pari a circa un quarto delle riserve inutilizzate d’idrocarburi. Quanto basta per scatenare una nuova guerra fredda. Quanto basta per mettere in allarme satelliti, centrali di spionaggio e rilanciare la grande corsa per il controllo del passaggio di Nord Ovest e dei ghiacci del Polo.
I primi a non tirarsi indietro sono i canadesi. Avevano già denunciato le manovre russe equiparandole alle conquiste del quindicesimo secolo quando bastava piantar una bandiera per aggiudicarsi il possesso di terre e continenti. A tornar prepotentemente sull’argomento ci pensa il premier Stephen Harper annunciando di aver già ordinato la costruzione di una base dell’esercito a Resolute Bay nell’isola di Cornwallis , 600 chilometri dal Polo Nord e di un porto per il rifornimento delle navi da guerra nella vicina Nanisvik. I due progetti rappresentano, secondo Harper, «il segnale della presenza reale, crescente e a lungo termine del Canada nell’Artico». Gli Stati Uniti per ora si limitano ad annunciare la partenza di un rompighiaccio della Guardia costiera incaricato, ufficialmente di raccogliere dati sui fondali cinquecento chilometri a nord dell’Alaska. Ma in Virginia, intorno alla base delle Seals di Little Creek c’è già chi favoleggia di un ritorno allo stato d’allerta in stile anni ottanta per gli uomini di Team Two, l’unico reparto delle forze speciali americano addestrato alla guerra tra i ghiacci del Polo Nord.
Neppure la pacifica Norvegia intende restare indietro. Oslo ha già annunciato una missione «scientifica» incaricata di esplorare l’estensione dello zoccolo continentale che i russi definiscono roba loro. Di scientifico nelle intenzioni di tutti c’è, in verità, ben poco. La vera urgenza di norvegesi, americani e canadesi è non farsi soffiare il dominio dei ghiacci e i diritti di sfruttamento. Il vero obbiettivo, nei sogni del Cremlino, è sfruttare l’attuale debolezza della Casa Bianca per tornare a contendere a Washington l’egemonia planetaria. Uno scontro destinato a irraggiarsi dal Polo al Medioriente abbracciando i mari caldi dell’Atlantico e del Pacifico. Le mire russe sul Polo Nord non sono il miraggio di una notte di mezza estate. Mosca le mise nero su bianco con una lettera all’Onu il 20 dicembre 2001.