Guerra del gas, ora Putin propone un prestito a Kiev

Consentirebbe agli ucraini di pagare le forniture al prezzo imposto da Mosca. Ma Yushchenko non si piega: è un finto favore, verseremo solo il giusto

Roberto Fabbri

Colpo di scena nel braccio di ferro che contrappone Russia e Ucraina per la delicata questione dei prezzi del gas naturale, dietro la quale sono evidenti le pressioni di Mosca sul presidente filo-occidentale ucraino Viktor Yushchenko in vista delle elezioni di marzo. Il leader del Cremlino Vladimir Putin è intervenuto direttamente nella questione offrendo a Kiev un credito di 3,6 miliardi di dollari «a un tasso d’interesse di favore» per permettere all’Ucraina di pagare il gas russo al nuovo prezzo imposto da Gazprom, il colosso energetico che monopolizza l’«oro blu» di Mosca.
Gli ucraini non sono tuttavia disposti ad accettare quella che considerano una falsa concessione. Ieri sera Yushchenko ha detto che il prestito «non è necessario: pagheremo con i nostri soldi un prezzo fissato in modo adeguato e obiettivo».
Il contrasto tra le due grandi Repubbliche ex sovietiche è sorto quando Gazprom ha annunciato l’intenzione di alzare improvvisamente il prezzo del gas venduto all’Ucraina: prima costava 50 dollari per mille metri cubi, ora i russi ne pretendono 230, sostenendo che è finita l’epoca dei trattamenti di favore e imponendo un ultimatum per il 31 dicembre. Yushchenko ha reagito denunciando l’occulta intenzione del Cremlino di metterlo in difficoltà alle prossime elezioni e rifiutandosi di accettare il nuovo prezzo. Da una parte ha proposto a Gazprom di pagare tariffe progressivamente più alte, indicando come base equa 75-80 dollari, da rivalutarsi ogni anno; dall’altra ha minacciato di usare a sua volta carte simili con Mosca: rialzi delle tariffe per il passaggio su suolo ucraino dei gasdotti che portano il gas russo verso l’Europa Occidentale (l’Ue segue «con preoccupazione» la vicenda) o perfino prelievi da quei gasdotti per i consumi ucraini, fino alla minaccia di rimettere in discussione l’affitto della base navale di Sebastopoli, in Crimea, dove è di casa la strategica flotta russa del Mar Nero.
La querelle ha raggiunto vette molto calde quando il ministro russo degli Esteri Serghei Ivanov ha minacciato velatamente che Mosca potrebbe allora tornare a rivendicare la Crimea, trasferita dalla Repubblica sovietica russa a quella ucraina nel 1954 per iniziativa del successore di Stalin, Nikita Krusciov. A questo punto Yushchenko ha deciso di mandare a Mosca una delegazione per negoziare, e Putin ha estratto dal cilindro l’idea del prestito. Un’idea che a Kiev non piace. Yushchenko ha già fatto sapere che l’Ucraina è in grado di superare l’inverno con le proprie riserve di gas, e preannunciato un piano di risparmi e di aumenti delle tariffe per i privati cittadini del 25 per cento: una carta audace che intende giocare a suo favore nelle elezioni, dimostrando quali siano gli effetti delle ingiuste pressioni di Mosca contro «la povera ma orgogliosa madrepatria».
Intanto la guerra del gas continua anche fuori dall’Ucraina. L’Estonia, tagliata fuori dall’accordo russo-tedesco per il gasdotto sottomarino del Baltico, medita di estendere i propri confini marittimi di tre miglia: tanto basterebbe a far scomparire dalle mappe del Golfo di Finlandia lo stretto corridoio in acque internazionali su cui Putin e il suo amico e socio Gerhard Schröder intendono far correre le contestate tubazioni. Contemporaneamente Gazprom si è affrettata ad acquistare dal Turkmenistan il gas che l’Ucraina contava di assicurarsi per sfuggire alle pressioni russe.