Guerra in Georgia: del dialogo cosa resta?

Caro Granzotto, nel completo silenzio del movimento pacifista, la tragedia dell’Ossezia è venuta a turbare un’estate che, coinvolta nello spirito olimpico, si prospettava serena. Purtroppo gli avvenimenti nei Balcani ci ricordano che la guerra è sempre dietro l’angolo, alimentata dalle mire imperialistiche e da quel cancro della civiltà rappresentato dal petrolio e dal suo controllo. Però dopo aver invocato il boicottaggio delle Olimpiadi quale forma di civile protesta per denunciare le violazioni cinesi dei diritti umani, nessuno avanza l’idea di boicottare la Russia di Putin, colpevole di questo ennesimo conflitto, di questa ennesima strage di civili. Trovo tutto ciò immorale.


Fermo restando che la guerra, per carità!, è immorale; fermo restando che noi siamo dalla parte della Georgia che tanto ci tiene ad occidentalizzarsi, ad essere dei nostri, magari dentro l’Europa (la quale è di gomma: a destra arriva fino a Vladivostok, a sinistra fino a Santiago. E in giù fino a Johannesburg); fermo restando che per la Georgia passa un super oleodotto che ci rifornisce di buon petrolio al quale teniamo tanto; fermo restando che Putin, sì, però sempre uomo del Kgb era e dunque puzzacchia ancora un po’ di comunismo; fermo restando che l’Ossezia chi mai l’aveva sentita nominare e di conseguenza quando mai ci siamo preoccupati per la sua sorte in bilico, fermo restando tutto ciò non crede, caro Bernardini, che qualche ragione per intervenire la Russia ce l’aveva? Lo so, parlo da eretico perché la parola d’ordine è «giù le mani dalla Georgia», però quando quel galantuomo di Mikhail Saakashvili spedì aerei e carri armati a radere al suolo Tskhinvali non ho sentito nessuno esclamare «giù le mani dall’Ossezia». Se c’è qualcosa di complicato è la geopolitica, quindi non mi ci metto nemmeno a cercar di capire da che parte stia il torto e da quale la ragione. Tuttavia, ciò non mi impedisce di riconoscere come ineluttabile la pronta reazione di Putin a una aggressione a freddo che aveva tutta l’aria di una operazione di pulizia etnica. Con la quale tagliare l’erba sotto i piedi agli osseti di stampo russo a favore degli osseti di stampo georgiano. Dicono che Putin abbia esagerato, che la sua reazione sia stata, per uso di uomini e mezzi, sproporzionata. Può darsi, anzi, è sicuro. Ma trattasi sempre di reazione, non di azione. Dicono anche che Putin non aspettasse l’ora di aver un buon pretesto per far sentire ai georgiani il peso, sul collo, dello stivale russo. Anche questo è sicuro. Ma allora perché quel brav’uomo di Saakashvili è andato a servirgliela su un piatto d’argento? Cosa s’aspettava, che Mosca se ne restasse con le mani in mano perché sono in corso le Olimpiadi espressione di pace e di solidarietà fra i popoli? Dicono, infine, che l’Ossezia (sempre del sud, va da sé), è lembo di patria georgiana - lo afferma anche Bush - e che dunque sia giusto che a quella ritorni in toto. Bene, e allora perché le bombe, perché Saakashvili non ha aperto un bel «tavolo» di mediazione e confronto con Putin? Non si fa così? Non è forse il dialogo l’unico valido e ragionevole mezzo per risolvere simili questioni? Non mi creda dalla parte di Putin e contro l’amica, la sorella Georgia, caro Bernardini. È che quando attacca la rumba dell’ipocrisia e tutti si mettono a ballarla, a me va di traverso la luna.