La guerra governo-Comuni: ma di chi è il Colosseo?

Calcolando il passaggio dalla lira all’euro e la svalutazione della moneta da quasi cinquant’anni a questa parte, a quanto ammonterebbe oggi la cifra di 10 milioni di vecchie lire richieste dal Cavalier Trevi per vendere all’oriundo italiano l’omonima (...)
(...) Fontana? In molti ricorderanno l’esilarante sketch in «Totò truffa» (1962) tornato improvvisamente d’attualità nell’estate 2010.
Ma allora i monumenti, i simboli del patrimonio artistico italiano, hanno davvero un padrone, un proprietario che, dovendosene occupare, può reclamare a pieno titolo gli introiti e gli incassi?
Sarà la stagione particolarmente avara di mostre ed eventi - la penuria di mezzi è il perfetto alibi per una certa carenza di idee che si respira in giro -, negli ultimi mesi l’attenzione si è spostata sull’oggetto Bene Culturale e finalmente si dice in giro che esso non debba rappresentare una voce meramente passiva, bensì una fonte di guadagno. Un brand insomma, come una bibita, una linea di abbigliamento, la faccia di un campione dello sport o di una rockstar, inserito all’interno di una scala di valori comprovati: il Colosseo vale 91 miliardi di euro, il Duomo di Milano «appena» 82. Questo secondo uno studio della Camera di Commercio di Monza che stima la quotazione dei più importanti monumenti italiani intorno ai 400 milioni. Resta da capire se e chi trae guadagno da riproduzioni fotografiche, souvenir, T-shirt e ricordini vari, anche se ci appare improbabile che l’ambulante davanti ai Fori Imperiali o sotto le Guglie della Madunina versi l’obolo allo Stato o al Comune. In altri Paesi accade da tempo.
Un agosto di polemiche dunque, inaugurato dalla proposta di Mario Resca affinché i Bronzi di Riace possano spostarsi da Reggio Calabria per affrontare un tour mondiale, con ovvi ricavi da parte del prestatore. Ma il sovrintendente risponde no, che i virgulti stanno dove sono perché troppo delicati, sottolineando il vecchio principio che chi conserva ha il diritto di comportarsi da proprietario e che il bene culturale è sostanzialmente immobile. Pochi giorni dopo la querelle tra il sindaco di Firenze Matteo Renzi e il Mibac sulla questione David: secondo Renzi ci sono dei documenti del 1504 che dimostrano l’acquisto da parte della città della celeberrima scultura di Michelangelo. Ecco perché il centralismo dello Stato è inadeguato, e dunque il denaro ottenuto dalla bigliettazione deve finire nelle casse comunali e non più a Roma.
Trattasi di federalismo artistico? Potrebbe dirsi di sì, non fosse che l’ultima querelle affonda proprio nel cuore della Capitale e a proposito del monumento più famoso del Bel Paese, forse del mondo: il Colosseo. Una disputa che non sottintende schermaglie politiche, essendo la municipalità romana e il ministero dello stesso schieramento, ma che ugualmente ha toni aspri. Da una parte il presidente della commissione Cultura del Comune di Roma, Giulio Petronzi, sostiene che dei 35 milioni di euro incassati dal Colosseo ogni anno, alla città dovrebbe spettare almeno il 30% da investire in progetti di valorizzazione. Dall’altra il sottosegretario Francesco Giro ribadisce che la proprietà dell’anfiteatro è interamente dello Stato e che, anzi, il miliardo e mezzo di indotto dovrebbe rappresentare per il Comune il classico grasso che cola. In ogni caso la notizia ha valicato i confini nazionali e ne discute anche la stampa europea, El País in testa.
Fin qui la cronaca. Diventa però difficile prendere una posizione su argomenti così controversi, su chi abbia ragione e chi torto. Alcune considerazioni sono d’obbligo: intanto, che in tempi di vacche magre ciascuno vede di raccattare più denaro possibile mettendosi a fare i conti anche su cose dove prima si sorvolava con «signorilità». Senz’altro la normativa sul patrimonio artistico italiano è vecchia e inadeguata, urge dunque che organi ministeriali ed enti locali ridisegnino una mappa di diritti-doveri superata dagli eventi. In questo caos va comunque registrato un dato positivo: anche l’Italia immobilista e conservatrice sta scoprendo che con l’arte si può fare business, che i monumenti non sono solo bocche da sfamare in termini di mantenimento ma esprimono un valore economico e un reddito da incrementare. Un cambio di mentalità atteso da mezzo secolo che sembra davvero sul punto di compiersi.