La guerra in Libano e le sue lezioni

Prima dell'alba di ieri la brigata israeliana accompagnata da forze speciali che era penetrata nella zona di Gaza si è ritirata lasciando dietro di sé oltre 100 morti palestinesi (per la maggioranza, dicono fonti israeliane, combattenti armati) decine di feriti, gli uffici del governo di Hamas distrutti. I palestinesi, che tre giorni prima avevano chiesto l'intervento dell'Onu e l'aiuto dei Paesi musulmani per bloccare l'offensiva israeliana hanno proclamato la «seconda grande sconfitta» inflitta agli israeliani (la prima era stata quella nel Libano per mano degli hezbollah).
I comandi israeliani hanno visto in queste manifestazioni di vittoria un coronamento della tattica voluta dal ministro della difesa Ehud Barak, fondata apparentemente su quattro idee: colpire duramente Hamas evitando per il momento una costosa offensiva; aprire alla dirigenza di Hamas una porta (le dichiarazioni di vittoria) per giustificare l'eventuale arresto di lancio di missili contro Israele (nella speranza che sia in grado di controllare tutti i gruppi terroristici che operano nella striscia); prendere il tempo necessario per preparare un grosso contingente di truppe di riserva per un eventuale attacco generale contro Gaza con lo scopo meno di mettere completamente fine al lancio dei razzi che di quello di abbattere il regime di Hamas; quarto: preparare l'opinione pubblica internazionale a questa eventualità, a cominciare dagli incontri con il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, attesa in Israele domani.
Ovviamente questa politica - che il premier Olmert ha difeso ieri in parlamento - non piace all'opposizione e a una larga parte dei media che avrebbero voluto poter parlare di una rapida azione militare contro Hamas. Ma le lezioni apprese nel corso della condotta avventuristica della guerra in Libano sono ormai sufficientemente interiorizzate tanto a livello governativo che a quello militare perché Israele agisca con maggior cautela e meglio preparato militarmente e politicamente. L'unico punto che appare in sospeso è se dare il via a una azione mirata di soppressione fisica dei dirigenti di Hamas oppure attendere un momento più opportuno per invadere in forze la striscia di Gaza. Nel frattempo si vogliono riprendere i contatti con l'Autorità palestinese in Cisgiordania e rilanciare la mediazione del generale egiziano Suleyman per la ricerca di un compromesso mirante fra l'altro alla liberazione del Caporale Shalit da quasi due anni nelle mani di Hamas. Ma ben pochi pongono speranze nella diplomazia.
I giochi sono lungi dall'essere fatti e non si può neppure parlare di ricerca di un armistizio dal momento che - almeno in apparenza - di contatti con Hamas non ve ne sono. C'è un tentativo di inviare ad Hamas un segnale inequivocabile: o cessazione del lancio di missili od offensiva rapida e dura per abbattere il regime fondamentalista islamico, preceduta o no dalla eliminazione fisica mirata dei suoi leader.