La guerra nel nome del dio denaro

Henri Turenne, maresciallo di Francia, a Luigi XIV che gli chiedeva cosa fosse la guerra rispondeva: «C'est l’argent, ancore, l'argent, et toujours plus d'argent». Questo è il metro con cui occorre misurare la situazione a Gaza dopo l'attacco al convoglio del primo ministro Haniyeh di ritorno dal suo viaggio in Iran dove ha ricevuto l'impegno del presidente Ahmadinejad di fornirgli annualmente 250 milioni di dollari per rompere l'embargo imposto a Hamas dall'Europa, America e Israele. I 35 milioni di dollari che il premier Haniyeh portava nelle valigie (e che sono stati trasferiti alla Lega Araba) erano solo una parte dei soldi iraniani, il resto essendo stato raccolto da Haniyeh nei Paesi del Golfo. Non era poi la prima volta che denaro per Hamas attraversava la frontiera egiziana dove a controllare (si fa per dire) traffici «illeciti» ci sono osservatori internazionali. Il ministro degli Esteri Mahmud Zahar aveva ad esempio trasportato nel giugno scorso a Gaza 20 milioni di dollari senza che nessuno glielo impedisse. Perché questa volta Israele ha chiesto e ottenuto la chiusura del valico? La risposta ufficiale di Gerusalemme è che una volta tanto disponeva di informazioni inconfutabili sul «carico» che Haniyeh trasportava. Il che è solo un elemento nel mosaico di violenza che sta prendendo forma a Gaza e che potrebbe questa volta innescare la guerra civile fra palestinesi.
In primo luogo si è aggiunto agli altri un elemento sfida inaccettabile. Il denaro era stato offerto apertamente dal presidente iraniano al premier palestinese nei giorni in cui Ahmadinejad ribadiva l'impegno di mettere fine allo Stato sionista, associava ai delegati venuti da tutto il mondo per negare l'esistenza dell'olocausto una squadra di rabbini e antisionisti dando una «legittimità ebraica» alla guerra contro Israele cui Hamas si associava con entusiasmo promettendo di coordinare in futuro la sua politica con quella degli Hezbollah nel Libano. La sfida era troppo spudorata perché il premier israeliano Olmert non reagisse chiedendo che i cancelli del valico di Rafah fossero chiusi per impedire un caso di evidente contrabbando: provocava una perdita di prestigio a Haniyeh (obbligato a passare ore d'attesa sotto gli occhi dei giornalisti prima di essere autorizzato a entrare a Gaza) e dava tempo alla Guardia presidenziale di Mahmud Abbas di schierarsi in forza lungo la frontiera.
Le cose sono poi precipitate con l'attacco al convoglio di Haniyeh, il ferimento del figlio, non probabilmente in base ad un piano d'azione ma come sviluppo dell'anarchia che in altre occasioni avrebbe fatto «morti senza conseguenze». Questa volta però la posta era il denaro: che sarebbe andato ad alimentare le casse ed il prestigio di Hamas tanto nella conduzione del governo quanto nel caso di nuove elezioni che il presidente Mahmud Abbas minaccia di indire pur sapendo che sarebbero state nuovamente stravinte da Hamas; denaro che andava a comperare armi pericolose per Israele come per le milizie di Al Fatah introdotte a Gaza attraverso i tunnel scavati sotto la frontiera contro i quali Israele non può agire e l'Egitto non vuole agire; denaro il cui uso contraddice le decisioni dell'Europa e dell'America per spingere il governo di Hamas a onorare gli impegni con Israele presi dal precedente governo palestinese.
Ora nessuno può tirarsi indietro senza subire una sconfitta maggiore. Israele, l'Europa, l'America, l'Egitto e l'Arabia Saudita che temono che un successo di Hamas, telecomandato dall'Iran, produca un «effetto domino» fra i cosiddetti Paesi arabi moderati. L'assalto contro Haniyeh ha posto tutti i presupposti perché la guerra di mafia che sino ad oggi ha infestato la Palestina diventi guerra civile. Ma credere nella capacità delle milizie corrotte di Al Fatah di piegare i combattenti di Hamas con le armi è una pia illusione. Israele ne è convinto. Il problema è se gli altri attori interessati nel conflitto palestinese - e in primo luogo l'Europa - se ne stiano rendendo conto.
R.A. Segre