Guerra nel Pd, Cacciari contro Veltroni "Non si dichiara guerra senza avere l’esercito"

Il sindaco di Venezia spiega il suo no alla petizione del Partito democratico contro il governo: "Si pensi a costruire il partito"

Milano - Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, anche lei tra i contestatori della petizione «Salviamo l’Italia» lanciata da Veltroni contro il governo Berlusconi.
«Non c’è nulla di particolare, per favore non drammatizziamo, non è affatto il caso».

Resta il fatto che lei ha scelto di non firmare.
«È solo che in questa fase, piuttosto che “salvare l’Italia”, credo sia necessario che il centrosinistra, e il Partito democratico in particolare - che sostanzialmente è ciò che rimane -, pensi a costruire se stesso, piuttosto che lanciarsi in iniziative che non coincidono con l’immagine del partito proposta in campagna elettorale».

Non drammatizziamo, d’accordo, ma lei ha definito questa raccolta di firme «un’iniziativa sballata». Non è, questa, una nota fortemente critica rispetto alla politica del leader?
«Ho detto che è un’iniziativa sballata nel senso che propone un messaggio contraddittorio rispetto all’immagine che Veltroni ha voluto dare di sé. Peggio ancora, è anche un’iniziativa inutile: non è con le spallate che si muta la situazione. Anzi, si rischia di frantumarsi la spalla...».

Insomma, non condivide.
«È poco saggio dichiarare il conflitto quando non si è in grado di sostenerlo. Dichiari guerra se hai un esercito in grado di combattere e di fronteggiare l’avversario, altrimenti devi fare altro».

E l’esercito del centrosinistra è decisamente debole. Cosa deve fare allora il Pd, secondo lei, per risollevarsi dopo il flop elettorale?
«La marcia da intraprendere è lunga. È necessario costruire un partito su basi federali, così come più volte abbiamo ribadito. E poi bisogna trovare una linea coerente che superi queste guerricciole tra correnti inutili di cui nessuno capisce il senso. Abbiamo uno strumento, il Pd: bene, apriamolo al confronto, mettiamoci a lavorare seriamente».

E Veltroni? Lei ha giudicato insufficiente l’azione svolta sinora. Cosa deve fare il leader?
«Veltroni si metta a lavorare per il partito, per costruirlo in maniera seria».

Senza perdere tempo con petizioni tipo quella che lei, come qualche altro sindaco, si rifiuta di firmare?
«Insomma, basta. La mancata firma non è un elemento da enfatizzare, da parte mia non c’è alcuna polemica particolare. Iniziative come “Salviamo l’Italia” sono movimenti tattici per non perdere la “sinistra sinistra”. Non condivido, ho spiegato il perché. Non ho nessuna voglia di drammatizzare».

La situazione del Pd non è comunque rosea. Quanto contribuiscono le «guerricciole tra correnti», così come lei le definisce, a rendere tutto più difficile?
«Finché non ci sarà un congresso degno di questo nome, con un confronto di carattere strategico, continueremo a vedere questo spettacolo con pezzi di oligarchie che sono l’una contro l’altra, altro che correnti».

Intende dire che mancano i contenuti?
«Senta, le correnti nei partiti ci sono sempre state, anzi fanno parte di tutti i partiti seri. Le avevano tutti, ma funzionavano diversamente. Le correnti c’erano nella Democrazia cristiana, c’erano anche nel vecchio Pci. Fra Amendola e Ingrao ci sono stati scontri durissimi, ma su tesi serie. Si discuteva, si lottava anche. Chi perdeva, però, non andava via per fondare il partitino del 2 per cento che non serve a niente, tutto funzionava in maniera diversa. Adesso invece l’oggetto del contendere sono gli assessori, le poltrone, non c’è altro. Mancano i contenuti strategici. E se questo non c’è la lotta è solo tra pezzi di oligarchie, appunto, per un deputato o un senatore in più o in meno».

E adesso la guerra...
«Guerra comunque con mille virgolette, con voi giornalisti bisogna stare molto attenti ai termini».

Va bene, guerra tra virgolette, battaglia, non è la definizione il punto. Fatto sta che lo scontro tra correnti nel Pd adesso si sposta anche sul fronte televisivo. Veltroni ha annunciato la nascita di Youdem, D’Alema avrà la sua televisione. Che ne pensa?
«Non mi meraviglio affatto. Ci si divide per i giornali, adesso pure per le televisioni. Fa parte del gioco».