La guerra perduta dai tribunali

Da anni ormai le dotte e scontate relazioni con cui si apre l'anno giudiziario nei diversi distretti hanno il tono amaro dei bollettini di una lunghissima guerra perduta ed è soprattutto per questo, forse, che le cerimonie, quand'anche conservino scenografie di porpora e d'ermellino, non trasmettono alcuna suggestione di solennità. La giustizia italiana non ha maestà da far rifulgere, mostra soltanto ferite e acciacchi refrattari - così sembra - ad ogni terapia. Se un archivista folle avesse sostituito i discorsi di qualche anno addietro a quelli di ieri, non se ne sarebbe accorto nessuno dei destinatari: di là del dettaglio di qualche cifra, nulla è cambiato se non in peggio: processi lunghi, troppo lunghi, sia civili sia penali; il «proliferare dei riti»; gli aggiustamenti che non aggiustano; informatizzazione insufficiente; un clima di disfatta strisciante che potrebbe preludere a un'imprevedibile Caporetto dalla vita civile così come la conoscono e la vivono gli Stati moderni. Con l'Europa che ci condanna inutilmente e ci censura. E poi la scarsità di mezzi, la mancanza di impiegati e personale amministrativo, la carenza di strutture realmente funzionali. Tutto già visto e già sentito; sullo sfondo una società litigiosa che soffre di antiche malattie criminali e ne ha importate di nuove, grazie alla politica delle porte e delle carceri aperte.
Sotto accusa anche il governo di oggi, che pure vorrebbe ingraziarsi i magistrati e riceverne, chissà, qualche applauso. Che non arriva. E il guardasigilli Mastella, di antica tradizione mediatoria dorotea, vorrebbe tanto fare l'uomo-ponte, ma le sue sortite non scaldano nessuno. La trovata di fissare per decreto la durata massima dei processi in cinque anni è stata liquidata in un lampo, con toni magari cortesi nella forma, non sempre, ma ruvidi nella sostanza.
Ora, dar contro il governo - specie questo governo - è sempre uno sport salutare, ma a modesto parere dei cittadini (non)utenti della giustizia non è possibile che i responsabili dello sfascio siano soltanto i governi che si sono succeduti da 60 anni a questa parte. Nelle parole degli alti magistrati ieri non sono risuonati accenni di autocritica. Eppure, fra loro ci sono anche simpatizzanti della sinistra che con questa dovrebbero avere, per motivi ideologici, qualche dimestichezza. Niente, zitti e mosca. Eppure, a rigor di logica, gli stili, la produttività, l'efficienza e la professionalità di migliaia di magistrati conteranno pur qualcosa, imprimeranno un'impronta all'intero sistema. E non basta. Il Consiglio superiore della magistratura, organo di autogoverno, prende le decisioni più importanti sulle carriere e sugli impieghi delle toghe. Questo avrà pesato in qualche modo sulla qualità del servizio? E quanto ha pesato il meccanismo delle promozioni «in automatico» che è stato infelicemente imposto per spirito di casta? Quali metri di valutazione si sono instaurati per pesare il lavoro e il rendimento dei magistrati? La stragrande maggioranza dei cittadini ritiene che le toghe non rispondano a nessuno ed è anche convinta che il Csm sia il più delle volte di manica larga quando deve giudicare i membri della corporazione. In più occasione, negli ultimi anni specialmente, il Csm si è posto come «terza camera», anche, cioè, come organo politico. Bene, siccome il disastro giudiziario che incombe ha natura sia politica sia organizzativa, anche le toghe devono prendersi la loro parte di responsabilità. Sarebbe troppo bello se lo stato fallimentare dell'amministrazione dipendesse dalla mancanza di fondi per le fotocopie e dalla mancata assunzione di 100 cancellieri.
Salvatore Scarpino