«Una guerra di posizione con i sequestratori»

Gian Marco Chiocci

da Roma

Si sono presi 48 ore di tempo, non un minuto di più. Hanno garantito all’Italia che tutto si risolverà entro la scadenza stabilita, senza spargimenti di sangue, evitando però qualunque cedimento ai ricatti. In che modo le autorità yemenite riusciranno a convincere i sequestratori dei cinque turisti italiani a desistere dalle loro pretese (liberazione di otto compagni detenuti, garanzia sulla loro incolumità) e ad arrendersi dietro chissà quali labili garanzie, è il vero mistero di quest’affaire. Anche perché fonti di intelligence locali fanno presente come alcuni appartenenti alla tribù di Al Zayid, responsabile di quest’ultimo rapimento, siano legati a integralisti attivi di Al Qaida collegati ai vecchi militanti dell’«Esercito Islamico Aden-Abidjian» che nel dicembre del 1998 sequestrarono 16 turisti e risposero con mitragliatori e bombe a mano all’azione di forza assai poco ortodossa delle forze speciali di Sanaa. All’epoca finì male: morirono quattro cittadini occidentali, comprese due donne inglesi usate come scudi umani dal clan capeggiato da Sheik Sale Haider al-Atawi, oggi detenuto, in guerra con il presidente Ali Abdullah Saleh.
Nessuno, sulla carta, sembra intenzionato a rischiare il bis. Due sceicchi e almeno sette intermediari governativi cercano una via d’uscita abbreviando i tempi a bordo di elicotteri Apache, dalla collina circondata al campo base delle forze di sicurezza. Cercano un punto d’incontro. I sequestratori sanno di avere sempre meno carte da giocare anche per l’affronto mondiale portato al presidente Ali Abdullah Saleh che poche ore prima dell’ultimo blitz s’era impegnato in mondovisione a metter fine alla piaga dei sequestri. Sanno, dunque, che se le cose non dovessero andare come le autorità di Sanaa hanno previsto e garantito, le ritorsioni potrebbero essere pesantissime.
«È soltanto una guerra di posizione» taglia corto un agente della nostra intelligence che fa da ponte fra gli 007 yemeniti e Forte Braschi. Poi aggiunge: «L’esperienza insegna come in casi come questi nulla debba essere dato per scontato, dunque al momento ci attrezziamo per i tempi lunghi anche se dai segnali che stiamo ricevendo le cose sembrano procedere nella direzione di una soluzione positiva. Il fatto che in campo siano scese le massime autorità di governo, è di per sé una garanzia di serietà e di impegno». È una buona notizia, sulla carta. Ma come l’esperienza insegna potrebbe non essere poi così buona poiché in una simile trattativa la regola principe è che «chi negozia non decide, e chi decide non negozia». Assumere sotto una sola entità due figure così differenti, potrebbe diventare problematico al momento di prendere una posizione sgradita alla controparte.
Quel che sembra certo è che il governo yemenita non tirerà fuori di prigione gli otto assassini rei confessi di militari e poliziotti, richiesti come merce di scambio. Non lo farà, almeno non ufficialmente. Secondo alcune indiscrezioni potrebbe acconsentire al pagamento di somme di denaro anche ingenti da consegnare nelle mani di un capotribù già identificato, oppure garantire una sorta di «sconto pena» per ogni singolo componente la banda altrimenti predestinato al patibolo. Quanto alle minacce di ritorsione sugli ostaggi attribuite dalla Reuters ai sequestratori, per l’intelligence italiana sarebbero nient’altro che una spinta a esercitare pressione sui «mediatori» e ad alzare il prezzo di una disperata partita propagandistica. Perché alla fine si può anche abbassare il mitra accampando più spiegazioni, ma alla propria «gente» dei monti e dei villaggi non bisogna far passare l’idea della resa.