Guerra al raìs e pace col figlio? Sarebbe un flop clamoroso

Attenzione, niente scherzi, ci sarà un mediatore unico sulla Libia e niente Gheddafi né membri della sua famiglia nel mezzo. Questo è stato il messaggio del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini al vertice del Gruppo di contatto internazionale aperto ieri a Istanbul dal ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu. È stato un incontro importante perché crea un compatto schieramento internazionale che punta a una soluzione politica. Infatti la signora Clinton ha dichiarato che gli Stati Uniti riconoscono il Consiglio nazionale di transizione «come l’interlocutore più legittimo del popolo libico». Insomma, gli americani sembrano capire come l’Italia e altri membri dello schieramento che bisogna mettere tutta la propria forza nel trovare un accordo puntando su quel che c’è, piaccia o non piaccia, perché le cose sul campo peggiorano ogni giorno. Anche i ribelli compiono atrocità e i governativi sono campioni di crudeltà. Dunque, il mediatore unico è il giorndano Khatib, mentre la Francia aveva costruito un garbuglio che non si capisce se sia ormai stato sciolto perche di fronte alla fatica, ai morti alle atrocità palesi era apparso all’orizzonte Seif Al Islam.
Ecco, infine, a che cosa doveva servirà tutto questo: a piazzare il trentottenne figlio di Gheddafi al posto del padre, spostando Muhammar di qualche stanza. Che sia migliore del padre, meno prepotente, meno megalomane, non ce n'è traccia. Il presupposto della non-soluzione Seif al Islam, che significa la Spada dell’Islam, è tutto francese. Dopo essere stati capofila dell'iniziativa bellica i francesi, adesso hanno pensato la peggiore di tutte le soluzioni: una finta defenestrazione. Alain Juppè, ministro degli Esteri francese, ha ammesso che Parigi ha avuto contatti con il regime di Tripoli nei quali si è parlato di una disponibilità del colonnello a andarsene. Dunque, Seif prenderebbe il posto del padre. Buona idea. Proprio Seif, che ha scelto di apparire come il più grande, il più determinato difensore del padre e del suo regime. Mostrando una hybris quasi artistica, Seif ci ha inondato di pezzi teatrali notevoli: ha promesso di combattere «fino all'ultimo uomo, l'ultima pallottola»; ha assicurato che il paese uscirà dal carnaio «più forte, più unita»; ha giurato di avere, per vincere, «un piano A, un piano B un piano C». Quando si è laureato alla London School of Economics, diventando buon amico di politici e finanzieri inglesi, prometteva di essere il volto occidentalizzato della sua dittatura. Ma in guerra Seif non ha fatto che attizzare il fuoco promettendo «fiumi di sangue». Adesso è accusato dal Tribunale Internazionale di crimini contro l'umanità insieme al padre e al capo dei servizi segreti per aver ucciso, ferito, imprigionato centinania di innocenti e ordinato di sparare a centinaia di civili. Da aprile, dopo il primo bombardamento, si parla della possibilità che Seif, affiancato dal fratello Saad, rappresenti una soluzione almeno momentanea del conflitto, col padre sempre nel palazzo: ma l'idea per ora era stata scartata dai ribelli. Da qui il pubblico biasimo del ministro Frattini verso la Francia: «ce ne sono tanti di contatti diretti e indiretti» ha detto «ma certo non si va sui giornali a farsi belli».
Seif fra i tre, è quello che ha sempre cercato di bonificare la sua immagine donando molti soldi, per esempio ai terremotati di Haiti. In un raptus di onnipotenza, ha previsto in marzo, in una delle sue esternazioni tv, che tutto sarebbe finito in 48 ore. Ha continuato prevedendo di continuo vittorie schiaccianti e descrivendo il nemico come venduto, qaedista, delinquente. Sarà anche vero, ma i suoi mercenari non hanno fatto una migliore figura. Da quando il ministro degli Esteri Mussa Koussa se n'è andato, Seif da una parte intrattiene trattative dall'altra grida «combatteremo fino all'ultimo uomo», ripetendo che il regime di Gheddafi è il migliore del mondo e che egli non se ne andrà mai. Come soluzione, somiglia molto al problema.