La guerra raccontata da un ebreo "nazista"

&quot;Paesaggio di cemento&quot; di Lind è ispirato alla propria biografia. Fintosi tedesco per evitare il lager, fu reclutato dalla Luftwaffe<br />

Jakov Lind (1927-2007) è stato uno degli scrittori più amati da Mordechai Richler e da Günter Grass. Jakov Lind ha raccontato la Seconda guerra mondiale come nessuno, l’ha trasformata in un gorgo tragico che assomiglia a un dramma shakeaspeariano, recitato però dai personaggi di Kafka. Jakov Lind è stato famoso e tradotto in decine di lingue, è stato eccessivo e smodato, un pazzo coi baffoni e i capelli al fulmicotone che si aggirava per la swinging London con la noncuranza di un bulldozer che va a zonzo per un campo di tulipani.
Eppure Jakov Lind non esiste. Non è mai esistito. La sua è stata, davvero, una strana (non) vita. I suoi romanzi hanno avuto un’esistenza editoriale intensa ma breve, sono stati luminosi come una lampadina che si fulmina. Il lampo intensissimo dura solo un attimo, lascia filamenti contorti e, a volte, spavento. E quindi ora Lind galleggia in un limbo strano, un limbo dove echeggia la voce di Elie Wiesel, che dice che di un talento narrativo come il suo non si può fare a meno, ma dove le copie delle sue opere si trovano solo dai rigattieri. Ma messe da parte le vicende editoriali esiste anche la frammentarietà dell’uomo: a partire dal nome. Jakov Lind è stato conosciuto da molti come Jakov Chaklan, ebreo palestinese, prima ancora come Jan Gerrit Overbeek, marinaio olandese e all’inizio come Heinz Landwirth un piccolo ebreo viennese nato nel 1927.
Ma andiamo con ordine, ammesso che sia possibile con un personaggio del genere, per capire esattamente come sia germogliato il talento di uno dei più strani scrittori mitteleuropei. Landwhirth-Lind nasce a Vienna dopo che l’impero austriaco si è sbriciolato come un vaso di cristallo troppo bello e troppo fragile. Suo padre era «un uomo d’affari senza grandi affari da condurre», la madre Rosa Birnbaum aveva un appartamento di tre stanze da pulire, quattro figli da cullare cantando ninnananne in yiddish e solo due braccia. Tutto questo almeno sino all’arrivo di Hitler e delle leggi razziali. La famiglia si spezza: mamma e papà cercano scampo in Palestina. Lui e una delle sorelle vengono inviati in Olanda. Quando il paese cade in mano ai tedeschi il ragazzo si è procurato un documento olandese falso è diventato il marinaio Jan Overbeek. Giustifica il suo perfetto tedesco dicendo che ha una madre austriaca. Finisce arruolato nella marina civile del Reno, viene poi inserito come corriere in uno dei dipartimenti riservati del Reichsluftfahrtministerium, passano per le sue mani i progetti più segreti della Luftwaffe. Insomma, per sopravvivere vestiva i panni del nazista in una Berlino martellata dalle bombe: «è una reazione inconscia, annuisci, obbedisci, ti adatti». Poi dopo il crollo del Reich vaga per un’Europa distrutta, arriva in Israele dove diventa Jackov Chaklan e scopre che la madre è morta e il padre malatissimo. La vita in un Kibbutz lo fa impazzire. Dopo decine di lavori diversi arriva la fuga verso Londra e la scrittura (faticosa e rimbalzante tra una lingua e l’altra), l’ultimo definitivo nome.
Detto quello che abbiamo detto, diventa chiaro come sia potuto nascere un romanzo come Paesaggio di cemento (pagg. 202, euro 17,5) ora riproposto in Italia da Cargo dopo un’assenza di quasi quarantacinque anni. Ecco la trama folle e picaresca: un sergente dell’esercito tedesco, Gauthier Bachmann, sopravvive al massacro del suo reggimento sul fronte orientale. Viene però internato per disturbi psichiatrici da shock nel sanatorio di Oppeln. Bachmann però fugge, rifiuta di essere considerato pazzo, vuol continuare a fare quello che fanno i sani: ammazzare in nome della Germania. Così mentre recita poesie di Nietzsche vaga per un’Europa devastata nel tentativo di farsi rimandare al fronte: «I tuoi camerati sono morti, perciò devi fare di tutto per vedere se questa volta ti riesce di morire. Ecco perché non voglio il congedo. Sarebbe una pazzia». E mentre questo gigante, un metro e novantadue di altezza per centoquarantachili di tiratore scelto, compie una peregrinazione disperata per dimostrare di essere un uomo ligio al dovere - «ho fatto fuori con il mitra duemila, ripeto, duemila prigionieri russi» - incontra gli esseri più incredibili che la guerra possa creare: un disertore che vive in una tana d’animale nel mezzo delle Ardenne, un maggiore omosessuale amante delle fucilazioni, un traditore svedese filonazista che lo recluta per compiere omicidi... E alla fine c’è il ritorno a casa dalla fidanzata, giusto in tempo per vedere la propria città venir polverizzata e perdere gli ultimi labili brandelli di ragione. Insomma Le Benevole di Jonathan Littell e molto più de Le Benevole, scritto forse con troppi decenni d’anticipo e con uno stile duro e furibondo: l’olocausto non attraverso il linguaggio ma nel linguaggio.