Guerra al racket del rame: 150 in manette da gennaio

Nell’ultimo blitz arrestati sei romeni. Le organizzazioni costituite da rom e criminali dell’Est europeo. Un chilo di materiale rivenduto a 5 euro e 50

Enrico Lagattolla

L’ultimo episodio, due giorni fa. All’altezza di Chiaravalle, lungo i binari della Milano-Genova. Sei romeni vengono arrestati mentre cercano di tranciare i cavi delle linee elettriche. Ancora, 24 novembre. In un capannone di Cologno vengono sequestrati dagli uomini della polfer 380 chili di rame, pronti per il mercato nero. E poi giugno. Tra i cumuli ferrosi di uno sfasciacarrozze dell’hinterland si scopre un carico di bobine nuove sottratte alle Ferrovie dello Stato. Duemila chili di materiale. Infine luglio. Nel pavese, l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine blocca un carico di 7mila chili di rame. Un racket in continua espansione. Una piramide che poggia su organizzazioni criminali costituite in gran parte da rom ed extracomunitari dell’est europeo (ma che può contare anche sull’appoggio di complici italiani), attraversa i canali della ricettazione transitando nei depositi per il riciclaggio dei materiali, e finisce nelle principali fonderie lombarde e - in minima parte - sui mercati stranieri, anche asiatici. Un vero e proprio business.
Bassa velocità
Dall’inizio dell’anno - fanno sapere dalla polizia ferroviaria - a Milano e provincia sono state circa 150 le persone arrestate, e centinaia di migliaia di chili il metallo scomparso. Non sono pochi, però, quelli che sfuggono alla cattura. «Qualunque binario - spiegano alla polfer - è esposto al rischio. Perché dove c’è una linea, ci sono le “trecce”». Ovvero, cavi di rame lunghi un metro e mezzo che segnalano alle centrali di controllo il traffico ferroviario. Quando il segnale scompare, la circolazione viene bloccata fino a un raggio di trenta chilometri. Se cessa il segnale, con ogni probabilità è perché qualcuno ha staccato la «treccia». Ma quando ci si accorge che non c’è più alcun segnale, vuol dire che è tardi. Il furto è compiuto. «Si salvano solo le linee ad alta velocità, perché il disservizio causato da un cavo tranciato avrebbe molta più eco. E le organizzazioni criminali non vogliono attirare l’attenzione». I ladri di rame, dunque, fanno bene i loro calcoli.
Le vie del rame
E il rapporto tra costi e benefici è tutto a loro vantaggio. Perché a fronte del rischio di trascorrere al massimo tre mesi in carcere, il guadagno è altissimo. Ogni chilo di rame di seconda mano viene venduto a 5 euro e 50 centesimi al chilo. Ogni furto frutta diversi quintali di metallo. Un commercio dorato. Il materiale viene venduto a peso a demolitori, depositi per il riciclaggio, sfasciacarrozze. Gli intermediari. Il passaggio successivo ricarica il prezzo del rame di un altro euro al chilo. «La quasi totalità del rame trafugato - spiegano gli inquirenti - finisce nelle fonderie del bresciano. Quel che resta, una minima parte, va all’estero. In Cina, per lo più». Dove le quotazioni del metallo continuano a salire, e la domanda è in costante crescita.
False fatture
Se è difficile parlare di prevenzione («tralasciano per un attimo il problema dei costi, è impensabile sottoporre l’intera linea ferroviaria a videosorveglianza e sperare che questo rappresenti un utile deterrente») l’anello «debole» della catena è rappresentato dagli intermediari. «Ed è lì che bisogna colpire». Ma anche questa è una corsa a ostacoli. Perché o il metallo rubato si trova materialmente nel corso di una perquisizione, o è perso. Il rame che arriva alle fonderie, infatti, è stato rivenduto e fatto figurare come generico «materiale ferroso». Confuso così con altri metalli e leghe. E ogni verifica sulle fatture è aggirata.