La guerra su un corpo per spostare il confine tra la vita e la morte

C’è una persona che da oltre 16 anni giace in un letto. Ma si potrebbe anche dire diversamente: c’è un corpo che da 16 anni giace in un letto. E in queste due frasi c’è già tutto: due mondi apparentemente inconciliabili. Due mondi che si contrappongono, anche aspramente. E a buon diritto, perché non si tratta di un argomento qualsiasi, ma dell’Argomento: la vita, la morte, il nostro potere nei loro confronti. Due mondi che sostengono le loro ragioni. Eccole. Si chiama Eluana Englaro. Respira. Questa è una delle poche cose davvero sicure. Del resto sappiamo tutto e niente. Sappiamo che non parla, non interagisce, non è in grado di alimentarsi da sola. La definizione clinica è: «stato vegetativo».

La maggiorparte dei medici aggiunge «irreversibile», ma ci sono colleghi in disaccordo. La maggior parte dei medici ritiene che non abbia consapevolezza e che non soffra, ma la certezza non c’è e resta un insondabile margine dimistero dietro quegli occhi che si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte ma che «non vedono».

Sul destino di Eluana, da quando si schiantò con la sua auto, si tormenta l’Italia. E prima di tutto si tormenta il padre. Il problema è: ha diritto quel corpo/ persona di continuare a essere nutrito/ a e accudito/a? Oppure ha diritto il papà-tutore di impedirlo, ponendo così fine alla sua esistenza? «Mia figlia», sostiene Beppino Englaro, «non avrebbe mai voluto vivere in queste condizioni. L’aveva detto più volte a me e ai suoi amici. Io intendo solo rispettare le sue volontà. Anche Papa Wojtyla ha potuto rifiutare l’accanimento terapeutico, perché Eluana no?».

Primo problema: nutrire una persona non è accanimento terapeutico. Qui non si tratta di staccare la spina a un macchinario che la tiene in vita. Qui si tratta di toglierle il sondino che le procura nutrimento e lasciarla morire di fame e di sete. Quandoi giudici americani autorizzarono il procedimento per Terri Schiavo (il caso al mondo che più assomiglia a questo) la donna impiegò 14 giorni a smettere di respirare anche se, assicurano i medici, non soffrì e neppure Eluana soffrirebbe. «Ma accanimento terapeutico ci fu», ribatte Beppino Englaro, «16 anni fa, quando mia figlia fu strappata alla morte naturale da sofisticate tecniche rianimatorie e condannata a un inferno, a un’esistenza assolutamente priva di senso e dignità dalla quale io voglio riscattarla».

La vita, la dignità della vita. «La vita è indisponibile», avvertono i cattolici, spalleggiati però da non pochi laici. «Nessuno puòstabilire il confine oltre il quale non merita più di essere vissuta. Violare questo principio significa non solo praticare l’eutanasia, ma anche spalancare le porte all’eugenetica, alla selezione artificiale della specie». «Fantasmi agitati a bella posta per non affrontare il vero problema», è la replica. «In casi come questo la disumanità è mantenere in vita artificialmente un corpo privo di coscienza e senza nessuna possibilità di recupero. Una crudeltà verso la persona e verso tutti coloro che le vogliono bene e soffrono a vederla ridotta in quello stato. L’atto d’amore è invece consegnarlo al suodestino naturale». Ma come? In Italia non c’è una legge che disciplini la delicatissima materia.

Ora, proprio dopo il clamore sollevato da questo caso, il Parlamento si accinge finalmente ad affrontare il problema. Anche se è dubbio che lenormepossano contenere l’enormità dei dilemmi. Solo per esempio: se da sempre fosse possibile stilare il proprio testamento biologico, siamo proprio sicuri che un caso Englaro non si sarebbe proposto ugualmente? Siamo sicuri che a 21 anni una ragazza piena di vita abbia già provveduto a dare disposizioni per la fine della sua vita? Eche la determinazione resti la stessa anche dopo? E chi esegue il «verdetto»?

Comunque, la legge (ancora) non c’è. E Beppino Englaro si rivolge ai giudici. Prima ottenendo dinieghi. Poi, nel luglio di quest’anno, un eclatante via libera: nel vuoto legislativo, la Corte d’Appello di Milano stabilisce che lo stato vegetativo della giovane donna è irreversibile e riconosce come «dimostrata» la volontà di Eluana, quando era pienamente cosciente, di «preferire la morte all’essere tenuta in vita artificialmente». Di conseguenza, il padre-tutore è legittimato a sospendere l’alimentazione con il sondino.

Divampano le polemiche. Mezza Italia applaude al coraggio delle toghe; l’altramezza parla di inaccettabile invasione di campo e ammonisce: «I giudici si stanno prendendo poteri di vita o di morte». Su questa sentenza, dopo il ricorso della Procura, sta ora per pronunciarsi la Cassazione. L’orientamento pare chiaro: la confermerà e darà dunque la definitiva autorizzazione a... che cosa? Comechiamarlo? «Eutanasia», dicono molti laici. «Assassinio», risponde la Chiesa.

Ancora una volta, una sola cosa appare certa. Suo malgrado, la povera Eluana, dopo essere stata un campo di battaglia dove ognuno dei combattenti ha le sue parti di ragione e i suoi torti, adesso diventerà anche un’altra cosa ancora: una frontiera. Comunque vada a finire, un confine si è spostato e in qualche modo, dopo di lei, l’Italia non sarà più la stessa.