GUERRA AL TERRORE SENZA SCORCIATOIE

Parole e fatti, questione di ore. George Bush aveva ammonito: la guerra al terrore sarà lunga e vasta. Osama Bin Laden l’aveva promesso: di allargare il fronte, dilatare l’area delle ostilità ad altri Paesi ed altre organizzazioni. O è una coincidenza, o qualcuno gli ha obbedito prontamente. È accaduto in Egitto, poteva succedere altrove, non è certo il debutto della moderna violenza settaria per il più grande, popoloso, civile Paese del Medio Oriente, quello che in condizioni normali potrebbe, anzi dovrebbe, esserne il leader.
I terroristi avevano già colpito prima, lo fanno da anni. Cominciarono, se ben ricordo, nel 1997 con il Tempio di Luxor, hanno proseguito con il Museo Egizio del Cairo e, soprattutto, con le stazioni turistiche sul Mar Rosso, evidentemente l’obiettivo più facile. Decine di morti a Dahab sono una cifra orrenda ma purtroppo non inusuale. Quello che c’è da notare, semmai, è che questi attentati si infittiscono, il che porta a una moltiplicazione del totale delle vittime ma soprattutto a una tensione sempre maggiore e ad un ulteriore aggravio del compito, già così difficile, delle forze di sicurezza egiziane.
La scelta dei bersagli può indicare che il terrore si muove soprattutto scegliendo di colpire gli inermi proprio perché lo sono e meno difendibili; ma si può anche sospettare un disegno più preciso, politico ancor più che militare. Per lunghi anni gli estremisti in Egitto avevano esitato a lanciare un attacco diretto al potere: avevano alternato gesti dimostrativi con anni di cospirazione coperta e apparentemente rassegnata. L’Egitto del resto è la patria del più antico e intellettualmente più rispettabile fra i movimenti revivalisti islamici, quei Fratelli Musulmani sorti negli anni in cui l’Egitto toccava il fondo della sottomissione coloniale. La Fratellanza è del 1928 e ha sempre predicato una «rigenerazione» per tutto il mondo islamico. La chiamano, la loro ideologia, «madre di tutti gli islamismi» e certamente ne sono figlie le sette nate in Irak, in Palestina, nel Libano, in Siria, in Giordania, rifacentesi tutte alle più antiche richieste di una «nuova lettura» del Corano, ai «salaf», gli «antenati», coloro che vissero l’Islam originario e più autentico. È proprio ai salafiti che si era rivolto, nel testo trasmesso ventiquattro ore prima, Osama Bin Laden, citandoli per nome.
Al momento dell’indipendenza, della partenza degli inglesi, i Fratelli furono vicini a prendere il potere. Li fermò con spregiudicatezza e durezza un dittatore «laico» di nome Gamal Abdel Nasser, che non tollerava competitori così come, su un piano di ben maggiore ferocia, non li tollerava Saddam Hussein. Gli islamisti cominciarono a riemergere alla sua morte, causando la morte del suo erede Anwar Sadat e rendendo difficile la vita del successore Mubarak. Ad aiutarli a riemergere, forse, sono state anche le buone intenzioni venute da lontano: gli appelli insistenti alla democratizzazione del Medio Oriente, alle libere elezioni quando sono venute (anche se molto meno libere e oneste del desiderato) hanno avuto in genere il risultato che gli scettici prevedevano: in Egitto sono avanzati i Fratelli Musulmani, nel Libano gli Hezbollah, in Iran hanno eletto Ahmadinejad, in Irak i fondamentalisti sciiti, in Palestina Hamas. Sì, la guerra sarà lunga e vasta. E non si vedono scorciatoie più o meno generose.