Guerra a Trastevere tra residenti e «writer»

Virginia Polizzi

Sembra che giochino a guardie e ladri nei vicoli di Trastevere. Con le «guardie» che, appena scende la notte, aspettano armate di bastone i «ladri». Armati a loro volta. Ma di zainetto e bombolette spray. Già, perché i «ricercati» sono i graffitari, quelli cioè che manifestano la loro arte scrivendo o imbrattando i muri, dipende dai punti di vista; e le «guardie» sono i trasteverini ormai esasperati di sborsare continuamente soldi per ridipingere la facciata dei loro palazzi. In tutto questo, delle vere forze dell’ordine non v’è traccia. Non si vedono mai passare, raccontano furenti gli abitanti del rione. In effetti basta farsi un giro per le viuzze dietro piazza Trilussa per accorgersi che qui i veri padroni di casa sono loro: i writer.
«Il problema è che sono troppo veloci. Non faccio in tempo a scendere le scale che già sono scappati. Ma se ne prendo uno, gli faccio vedere io - sbotta Vladimiro, trasteverino da sempre -. E poi vorrei parlarci, perché veramente non li capisco. Questa è mancanza di civiltà, altro che arte». È la quarta volta che Vladimiro rivernicia la sua facciata. E più lui pulisce, più loro scrivono. Ma non per mero dispetto, risponde Chaky, uno dei «vandali»: «Dietro quella scritta, in gergo tag, che poi è la nostra firma, si cela un mondo, uno stile di vita, a volte anche un disagio».
Uno dei primi writer diventò famoso disegnando con la bomboletta spray la propria firma su un elefante rinchiuso in uno zoo. Era un modo per dire al mondo: ci sono anch’io. Erano gli anni Settanta e in America nasceva il movimento degli American graffiti. Ascoltano musica rap, si vestono hip hop e si definiscono artisti: alcuni di loro, col tempo, riescono a diventarlo veramente. Disegnano sui muri, sui treni, sui vagoni delle metropolitane. Organizzano vere e proprie spedizioni notturne nei depositi delle carrozze. Fanno appostamenti per evitare la vigilanza e in meno di 20 minuti il treno è come nuovo. «Ci vediamo prima a casa di un amico - spiega Chaky -. Facciamo qualche schizzo dei disegni. Prepariamo tutto e andiamo. Roma è una delle poche città dove ancora si può fare, dove non ci sono tanti controlli. Molti ragazzi ci vengono apposta dalla Francia, dalla Spagna, dalla Germania».
Il graffito è la loro espressione artistica, ma quando sui muri delle nostre strade leggiamo le scritte incomprensibili tipo Suny, Pane, Kanu si entra nella psicologia del gruppo con tanto di codice di comportamento, gerarchie da rispettare e senso di lealtà. Un modo come altri per sentirsi parte di qualcosa o semplicemente per attirare l’attenzione. La logica è quella della trasgressione, della sfida. Più regole infrangi, più rischi, più vieni rispettato dai tuoi compagni. Il sogno è quello di tappezzare tutta la città con la tua firma: la conquista del territorio attraverso il marchio, rifacendosi al più antico istinto animale. Stando sempre attenti però a non sconfinare. «Se scrivi sulla tag di un altro - aggiunge Chaky - ti vengono a cercare e scoppiano delle vere e proprie battaglie. Una volta mi hanno rotto il naso. Ma anche questo fa parte del gioco».
E mentre i ragazzini giocano, io pago, direbbe Vladimiro: «È una vergogna! Il palazzo mica me lo hanno regalato. Me lo sono pagato con il mio lavoro. Altro che conquista del territorio. Anch’io da giovane ho fatto le mie battaglie ma qui non ci vedo ideali, rivoluzione, impegno sociale. Queste sono cavolate senza nessun fondamento fatte da ragazzi che, secondo me, non hanno mai studiato l’arte o la storia, sennò rispetterebbero le bellezze di Roma. Spero almeno - continua - che siano tutti figli di ricconi altrimenti sarebbero doppiamente deficienti a sprecare tempo e energia in questo modo...».
E alla fine di tutti i ragionamenti a Vladimiro il sospetto rimane: «Secondo me vengono tutti pagati dalle ditte che rifanno i muri - sorride -. Le uniche a guadagnarci in questa storia».