La guerra del Veneto all’alcol: alle 2 si chiude

In vigore la legge regionale che vieta le vendite fino alle 6. La norma vale anche per bar e ristoranti. I comuni possono avere deroghe. <strong><a href="/a.pic1?ID=253648">L'esperto: &quot;Diminuiti i morti&quot;</a></strong>

Venezia - A giovani estremamente ubriachi sulle strade, leggi estreme sui bollettini regionali. Con burocratiche scappatoie alla prima protesta in curva. In Veneto non passa week-end senza incidenti mortali provocati dall’alcol. Ergo, aveva pensato il Consiglio regionale ai primi di settembre del 2007, conviene vietare la vendita di alcolici e superalcolici, almeno dalle 2 alle 6 di mattina. La legge regionale, riassunta così, sembra ricalcare il decreto Bianchi, quello che stabilisce la stessa fascia oraria di divieto, ma la limita alle discoteche. La rivoluzione proibizionista veneta è davvero copernicana: il divieto di vendita alcolici vale per tutti i locali, dai pub ai bar, dai chioschi alle sagre, dai ristoranti agli autogrill. In una parola: tolleranza zero dal momento dell’entrata in vigore del provvedimento.

Ecco, la notte scorsa quella legge, a 180 giorni di distanza (termine concesso per permettere alle regioni e alle province autonome confinanti di prendere analoghe decisioni, cosa che peraltro non è stata fatta), è entrata in vigore. E subito si è scatenato il finimondo. Sì, perché va bene i morti ammazzati dall’alcol, va bene i rimedi, ma se poi si passa alla cassa, l’unanimità di consensi ai drastici divieti viene a cadere.

Obiezione numero uno, fatta dai tanti, tantissimi esercenti pubblici del Veneto: adesso il popolo della notte andrà a fare gozzoviglie, a spendere soldi e magari pure ad ammazzarsi, in Friuli o in Trentino. Per questo ci sono stati i primi sollevamenti di categoria, da quando il divieto è scattato, a norma di legge, «in tutti gli esercizi commerciali, artigianali, di somministrazione di alimenti e bevande, ivi compresi i circoli privati, di agriturismo e qualunque altro esercizio nel quale si effettuano la vendita e il consumo sul posto di bevande alcoliche e superalcoliche, nonché sulle aree private aperte al pubblico e su superfici all’uopo attrezzate». Il tipico intercalare da azzeccagarbugli sembra non lasciare scampo al barista veneto di turno: dopo le due e fino alle sei del mattino può vendere solo acqua brillante, gingerino e tè alla pesca.

Sembra. Ma come ogni legge italiana che si rispetti, tra i vari commi ce n’è uno che apre voragini di eccezioni. Ogni comune può infatti derogare dal dettame legislativo «sulla base della presentazione di un programma di controlli stradali da effettuare nella fascia oraria in questione».

E il primo ad annunciare che si avvarrà della deroga è il sindaco di Jesolo, Francesco Calzavara. Piccolo particolare: Jesolo, una sorta di Mecca dei giovani discotecari non solo del Veneto, prospera anche sulla vendita di alcol nei locali fuori dalle discoteche, dove la legge nazionale impone già lo stop-drink dalle 2 alle 6. «Ma noi i controlli li facciamo da anni - ha raccontato Calzavara al quotidiano Il Gazzettino - e i risultati ottenuti in termini di prevenzione sono ottimi. La deroga ci spetta».

«La legge serve solo a lavare la coscienza di qualcuno - rincara la dose Angelo Faloppa, presidente della Confcommercio del Basso Piave -. Più che divieti, servono controlli».

Già. E, a giudicare dal numero di richieste di deroghe in arrivo a Venezia, questi controlli, sulla carta, saranno assicurati.