UNA GUERRA DA VINCERE

La guerra sarà pure asimmetrica, cioè non come le guerre del passato, ma è comunque una vera e lurida guerra. E la questione non è se proporre o negare «leggi eccezionali», ma se prendere atto o no del fatto puro e semplice che siamo in guerra e non per nostra scelta. Il senatore Giuliano Amato ha ragione quando afferma che non si devono fare leggi che vadano a vellicare le emozioni, ma ha torto a nostro parere quando parla di leggi speciali, come si faceva ai tempi in cui le Brigate rosse assassinavano agli angoli delle strade e il mondo politico si baloccava sull’opportunità di varare leggi speciali contro assassini italiani che agivano in Italia arrivando a discutere anche la reintroduzione della pena di morte.
Oggi, diversamente da allora, non abbiamo a che fare con un generico «terrorismo» e meno che mai con un ancor più generico «terrorismo internazionale» per non nominare l’innominabile guerra islamica scatenata contro l’Occidente, i suoi valori, la sua libertà, democrazia e cultura del rispetto della donna. Inoltre la guerra asimmetrica non è nata con l’undici settembre 2001, ma quasi vent’anni prima, si è sviluppata con l’eccidio di trecento soldati americani a Beirut nel 1983, con il primo attacco al World Trade Center, gli attacchi ad una nave americana, alle ambasciate in Africa, alle Torri gemelle, a Madrid per eliminare Aznar e a Nassirya dove fu Al Qaida a colpire, e infine a Londra per punire Tony Blair durante il G8, mentre viene annunciato un attacco all’Italia.
L’espressione «guerra asimmetrica» significa che almeno un soggetto di tale guerra non è uno Stato ma una entità difficile da definire e non coincidente con un territorio, che usa armi non convenzionali (aerei contro edifici, per esempio) per fare stragi di civili, così come fa anche in Israele dove colpisce pizzerie e bus delle scuole.
Ma il fatto che una guerra sia asimmetrica non vuol dire che non sia una guerra.
È una guerra. È una guerra che l’America prima e poi l’Europa subiscono, di cui sanguinano e che sono costretti a combattere e a vincere: «Loro perderanno, noi vinceremo», ha detto Tony Blair, questo è lo spirito con cui si affronta questa tragedia. Quando un Paese viene attaccato dall’esterno si trova di fatto in stato di guerra e di questo si deve tener conto anche da un punto di vista giuridico, cosa tanto complessa quanto urgente che richiede tanto coraggio quanto i tempi ne impongono.
Nessuno può accusare di atteggiamento «guerrafondaio» chi subisce una guerra: gli Stati Uniti si tennero fuori dalla seconda guerra mondiale finché non furono attaccati a Pearl Harbor e da quel momento combatterono per vincere.
Quale sia il vantaggio del riconoscimento di uno stato di guerra subito è evidente: tutte le operazioni militari e di intelligence si organizzano nell’attività bellica così come previsto dalla Costituzione, cessando di fondersi e confondersi con la vita civile sottoposta a leggi ordinarie vigilate dalla magistratura che valuta sia gli atti di violenza che le operazioni di contrasto, così come valuta i delitti della criminalità e le operazioni di polizia. La guerra, per dirla in due parole, non la devono fare i giudici i quali non hanno alcuna speranza di vincerla.
Senza il riconoscimento di uno stato di guerra si seguiteranno a subire minacce ed attacchi catalogati sotto l’etichetta di uno sconosciuto «terrorismo internazionale» come se avessimo di fronte la «Spectre» di James Bond anziché una parte potente e consenziente del mondo islamico.