Guerre, dolore e lotta quotidiana: le storie del Reporter Day

La guerra in ogni sua forma, dai conflitti bellici alla guerra delle famiglie per una vita dignitosa. I candidati al Reporter Day vogliono, prima di tutto, raccontare il mondo che è lontano dalla luce dei riflettori.

C’è speranza, tensione, adrenalina, ma soprattutto amore verso il proprio lavoro. Quello che traspare dagli occhi e dalla voce dei tanti candidati del Reporter Day è un misto di fantasia e forza di volontà che li conduce a credere fermamente nel messaggio profondo dei propri progetti. Una grande adunata di cuori e di menti, tutti accomunati da un’idea: far conoscere al proprio pubblico una storia. Una storia fatta di uomini e donne che combattono ciascuno una propria personale guerra. Una guerra che non è solo quella combattuta con le armi, ma anche una fatta di nervi, di resistenza al disagio sociale o al dolore, declinato in tutte le sue forme. Gli occhi non della guerra, ma delle guerre, sia personali, sia internazionali.

Dalla singola famiglia, al quartiere, a uno Stato, la volontà di questi aspiranti reporter è riuscire nell’intento di far arrivare al proprio pubblico il messaggio che in ogni parte del mondo, anche nelle nostre case, c’è un altro mondo da scoprire e da raccontare, fatto di rinunce ma anche di grande coraggio, di resistenza e di lotte.

È così per Daniele, studente di antropologia, che a ventidue anni ha deciso di proporre il proprio progetto di studio della vita nelle repubbliche non riconosciute tra Europa orientale e Caucaso. Un progetto affascinante, che andrebbe ad analizzare non tanto le implicazioni geopolitiche di repubbliche de facto come Abkhazia, Ossezia del Sud e Transnistria, ma proprio la vita dei loro cittadini. La domanda che si pone Daniele è semplice: come vive un cittadino di un Paese che non esiste? Una domanda che difficilmente ci si pone pensando a quelle terre. Regioni che attirano più per il loro significato nel conflitto tra Russia e Occidente piuttosto che per l’intimità delle persone che ci abitano.

Un mondo da scoprire: lo stesso che vuole portare all’attenzione dei giudici del Reporter Day, Paolo, fotografi 39enne di Messina, che ha deciso di raccontare le favelas di Buenos Aires e la vita dei ragazzi e delle famiglie costrette a convivere con il narcotraffico, le ritorsioni della polizia, gli scontri tra bande rivali, ma anche raccontare esempi virtuosi, come quello di Garganta Poderosa, una delle riviste nate proprio per raccontare la vita nelle “villas” argentine.

Anche Mattia, studente venticinquenne di sceneggiatura, ha deciso di raccontare una storia insieme al suo collega, Marco. Ma questa volta, per il reportage, non bisogna prendere l’aereo e partire verso mete lontane e teatri di guerra: basta attraversare il marciapiede, o bussare alla porta del proprio vicino. Loro due hanno deciso di affrontare il delicatissimo tema delle famiglie che hanno al loro interno una persona affetta da Alzheimer. L’occhio dell’aspirante reporter, in questo caso, indaga sulle battaglie quotidiane, fatte di rinunce, di abbandono da parte delle istituzioni ma anche di amore incondizionato verso un proprio caro. L’idea è quella di arrivare al cuore della gente, toccare le corde dei sentimenti più profondi e raccontare, senza retorica, l’esistenza di persone meno fortunate.

Il senso del Reporter Day si racchiude in questo: nella passione che trasmette ogni singolo aspirante. Non c’è rivalità, non c’è una “guerra” per arrivare primi. C’è speranza di vincere, certo, ma soprattutto c’è tanta passione per ciò che ci circonda e volontà di rendere partecipi più persone possibili. Con il sogno, non troppo nascosto, di rendere questa passione una professione.