Guerre fasciste? No, guerre italiane

Un approfondito saggio dello storico militare Giorgio Rochat sui conflitti dal 1935 al 1943

Nella premessa al suo ultimo libro Giorgio Rochat - ben noto come esperto di storia militare - spiega che avrebbe dovuto titolarlo Le guerre fasciste: perché in effetti si occupa delle guerre volute, tra il 1935 e il 1943, dal regime mussoliniano. Ma aggiunge che gli è sembrato giusto «preferire il titolo Le guerre italiane 1935-1943 perché le guerre di Mussolini furono combattute e pagate da tutti gli italiani». Questo è un buon motivo - che condivido - cui voglio aggiungerne un altro. È molto comodo ma non molto dignitoso accreditare al Paese l’esito fausto della prima guerra mondiale, e addebitare al solo fascismo l’esito infausto della seconda: che la maggioranza degli italiani sicuramente non avrebbe voluto (volle davvero la prima?) ma che accettò finché intravide la possibilità della vittoria finale. Gli italiani divennero antifascisti non quando vi fu il catastrofico e dissennato intervento a fianco della Germania hitleriana, ma quando le cose si misero male. Allora il Paese prese coscienza del baratro in cui l’Italia precipitava. La presero anche gli intellettuali che nel 1942 continuavano a tessere le lodi del fascismo, e che a fine 1943 si ritrovarono resistenti senza macchia e senza paura.
Il volume è interessante: denso di notizie e di dati che, muovendo dai primi anni del fascismo e dal suo progetto di creare uno Stato e un popolo guerriero, aiutano a capire come si sia potuti arrivare al disastro dell’8 settembre 1943. A mio avviso la campagna d’Etiopia ha, in questo saggio, uno spazio eccessivo. Quell’impresa coloniale fu per alcuni aspetti memorabile: l’ultimo successo di Mussolini nello ascacchiere internazionale, e un momento di assoluto, straordinario consenso popolare. Fu magico, per molti se non per tutti, il proclamato ritorno dell’Impero sui colli fatali di Roma. Ma la conquista militare era scontata. L’avanzata del maggior esercito europeo d’ogni tempo nell’Africa non deluse, piuttosto illuse. Pietro Badoglio, il protagonista della marcia su Addis Abeba, fu poi l’inetto condottiero - servilmente disposto a compiacere il Duce - dell’attacco alla Francia agonizzante e dell’aggressione alla Grecia.
Dall’analisi di Rochat emerge con chiarezza quanto fossero infondate e declamatorie le ambizioni del regime littorio, e quanto fossero stati deleteri gli errori d’impreparazione commessi sia da Mussolini - che pretendeva di decidere tutto ed era dunque responsabile di tutto - ma anche dalla più miserevole gerarchia militare che l’Italia abbia avuto dopo l’Unità. Quanto ai vertici «politici», è indubbio che la pretesa mussoliniana d’essere un novello Cesare sia naufragata nel peggiore dei modi. Lo attorniarono i cortigiani, con l’eccezione di Italo Balbo: che ebbe doti innegabili di dinamismo nel forgiare l’«arma azzurra», creatura prediletta del regime, ma che puntò su due soluzioni tecniche - l’idrovolante e il trimotore - dimostratesi perdenti.
Sia Cadorna nel 1915 sia Badoglio con i vari Graziani e Roatta nel 1940 ebbero un vantaggio enorme: videro cosa facevano e come si comportavano gli altri eserciti, già impegnati sui campi di battaglia. Avrebbero potuto imparare molto. Non impararono nulla. Dalle fulminee avanzate tedesche Badoglio trasse soltanto l’insegnamento che all’Italia convenisse non far nulla, neppure prendere Malta. Dalla demenziale avventura greca si sganciò allorché ne fu evidente il fallimento, non prima. Mia personale impressione è che Rochat, ragionando sulle carte e sugli stati di servizio, sia a volte troppo indulgente nei confronti di uomini - tanto per citarne uno - come Sebastiano Visconti Prasca, che guidò verso il disastro le truppe italiane d’Albania. Lo definisce «uno dei più brillanti generali dell’esercito», autore di un volume, anch’esso ritenuto brillante, che sosteneva la guerra di movimento. In realtà gli affidamenti spericolati e le decisioni avventate di Visconti Prasca lo consegnano alla storia come un carrierista fallito.
Ho molto apprezzato, in questo libro, alcune notazioni apparentemente minori su risvolti della guerra italiana. Non fummo sempre e dovunque buoni. Il Roatta vile che si precipitò a Ortona a Mare, l’8 settembre 1943, per trovare posto con altri gallonati fuggiaschi sulla corvetta «Baionetta», diramava nei Balcani ordini draconiani. In Slovenia furono fucilati 146 ostaggi e 1569 indiziati di appoggio ai partigiani. Vi furono spietatezze insensate anche verso i nostri soldati. La sera del 5 agosto 1943, nell’isola di Brazza al largo di Spalato, una settantina di alpini del presidio furono sopraffatti dai partigiani che poi si ritirarono lasciandoli liberi. «Il generale Umberto Spigo - sono parole di Rochat - comandante del XVIII Corpo d’armata che occupava la Dalmazia centrale, convocò a Sebenico un tribunale militare straordinario che dopo un’indagine quanto mai sommaria l’8 agosto emise 28 condanne a morte (2 ufficiali, 23 alpini, tre carabinieri) subito eseguite... Un mese più tardi il generale Spigo non dimostrò uguale determinaszione dinanzi ai tedeschi, cui consegnò senza colpo ferire la città di Zara per poi andarsene a casa».