Guerriglia anti gay a Belgrado Oltre 90 feriti negli scontri

Novantacinque persone ferite, tra cui 78 poliziotti, due dei quali in maniera grave. Questo è il pesante bilancio della giornata di guerriglia urbana che si è consumata ieri Belgrado tra forze di polizia e militanti dei gruppi della destra ultranazionalista serba, che hanno tentato di impedire con la violenza lo svolgimento del gay pride nella capitale serba.
Sin dalle dieci del mattino sono partiti i primi tentativi di incursione da parte degli hooligan nella zona blindata della città, riservata allo svolgimento del corteo per l’orgoglio omosessuale. La polizia, con oltre 5.000 agenti spiegati, ha reagito con il lancio di gas lacrimogeni consentendo lo svolgimento della parata gay. Nessuno del migliaio scarso di partecipanti è stato ferito e in tal senso la Serbia ha superato quel «test di democrazia» che era il gay pride di Belgrado agli occhi dell’Unione europea.
Nel resto della città si è consumato l’inferno. Gli scontri sono proseguiti per ore, durante le quali gli ultrananzionalisti sono riusciti a incendiare con lancio di bombe molotov la sede del Partito democratico (Ds) e a distruggere a sassate quella del Partito socialista serbo (Spsp). Entrambi compongono il governo filoeuropeista, accusato dai violenti di aver consentito il gay pride.
I mezzi blindati della polizia speciale antisommossa hanno raggiunto i punti nevralgici della città: dieci soltanto quelli davanti al Parlamento. L’aria era resa irrespirabile dai gas lacrimogeni usati dalle forze dell’ordine per disperdere la furia distruttiva degli hooligan, i qual non hanno risparmiato la sede della Tv nazionale Rts, ma anche negozi, strutture pubbliche quali fermate degli autobus, chioschi, bar, cestini in cemento, semafori. «Secondo una prima stima, ci sono danni per almeno un milione di euro», ha dichiarato alla stampa il sindaco di Belgrado, Dragan Djilas, nella centrale piazza Terasje, a scontri ancora in corso.
Al momento risultano arrestate 101 persone: una volta catturati, gli hooligan erano immobilizzati, messi in ginocchio con il volto a terra e legati per le mani dietro alla schiena, prima di essere portati via. Sotto gli occhi non soltanto dei giornalisti, ma anche di tanta gente comune, sorpresa dall’ondata di violenza esplosa in questa domenica di sole. «È stato un attacco allo Stato e alla polizia», ha dichiarato il presidente della Repubblica serbo, Boris Tadic. Quanto accaduto ieri a Belgrado, dove la polizia ha cercato di tutelare la libertà di espressione dei gay dalle violenze di gruppi estremisti omofobi, può essere inquadrato nelle azioni intraprese dalla Serbia per raggiungere l’obiettivo di paese candidato all’adesione all’Unione europea.
La questione sarà esaminata dal prossimo Consiglio dei ministri degli Esteri europeo, in programma il 25 ottobre a Lussemburgo. In questa sede, ha fatto sapere la presidenza di turno belga dell’Unione, si discuterà della richiesta di adesione che già da tempo Belgrado ha avanzato.
Finora però il dossier è stato bloccato dalla ferma opposizione dell’Olanda, la quale ha sempre accusato il governo di scarsa collaborazione nella cattura dei criminali di guerra della ex Jugoslavia. Ma ora, dopo l’arresto di Radovan Karadzic, i tempi potrebbero essere maturi per superare l’impasse, cosa da tempo auspicata dall’Italia. Lo scorso mese, l’Onu ha adottato una risoluzione comune Serbia-Ue che può consentire di superare l’ostacolo Kosovo e anche l’insediamento all’Aia di un nuovo governo di centro-destra potrebbe giocare in favore della candidatura serba. È quindi naturale che in questo contesto Belgrado lanci alla comunità internazionale anche un chiaro segnale sulla sua volontà di rispettare quelle libertà fondamentali, pilastro della costruzione europea.