La guerriglia dei No Tav ha fatto più di 200 feriti

I referti degli agenti colpiti la scorsa estate sembrano un bollettino dal fronte. Ma l’ordine per loro era di non reagire

Roma - Assistente capo Giuseppe V., frattura della scapola: due mesi di prognosi. Assistente Angelo C., frattura del pollice: 35 giorni. Vice questore aggiunto Domenico F., lesione anulare sinistro: 40 giorni. Agente scelto Gaetano G., lussazione spalla sinistra: 20 giorni. Brigadiere capo Salvatore S., frattura pollice: 25 giorni. Sovrintendente Mario P, frattura mano: 35 giorni. Vice brigadiere Luigi D. M., trauma cranico: 20 giorni. Finanziere Francesco C., trauma polso: 15 giorni. Appuntato Vincenzo I., contusione braccio sinistro: 14 giorni; finanziere Pasquale P., contusione piede e denti rotti: 10 giorni.

La lista delle divise uscite malconce dalla «tonnara» No Tav di Chiomonte prosegue con altri 215 refertati al pronto soccorso distribuiti equamente tra poliziotti, carabinieri e finanzieri massacrati a sassate, bastonate, molotov, bulloni, bombe carta, calci, pugni, cinghiate. Un centinaio i rappresentanti dello Stato maltrattati da ex brigatisti e teppisti recidivi, che pur ammaccati dal tiro al bersaglio dei no global-No Tav hanno preferito tenersi le botte senza farsi medicare.

Proprio per non dare scuse ai bamboccioni dei centri sociali, Celere e Battaglioni hanno fatto i manichini. Schierati in assetto di guerra ma come ormai da codarda prassi italica costretti – come scrive la Digos in un’informativa riepilogativa degli scontri - solo ad «assorbire l’attacco che è avvenuto a freddo e deliberatamente», senza possibilità di reazione nemmeno con il lancio di lacrimogeni, fintamente utilizzato dai black bloc e dai loro supporter politici come «elemento giustificativo delle violenza» per poter tornare ad attaccare a testa bassa.

Alla fine, il bilancio ospedaliero contenuto nelle note dell’antiterrorismo di Torino è da brividi: «Oltre 220 appartenenti alle forze dell’ordine hanno riportato lesioni, ovvero sono stati costretti a ricorrere alle cure mediche». Contro le forze dell’ordine, negli scontri del 27 giugno e del 3 luglio, sono state utilizzate «armi improprie e strumenti prodotti anche artigianalmente (tipo fionda, fromboli e bulloni con inseriti grossi petardi)» con il solo scopo di «arrecare maggior danno fisico agli operatori di polizia ed ai mezzi loro in uso». Non c’è scappato il morto solo per caso. E solo le «protezioni del personale dei Reparti inquadrati, la loro abilità tecnico-operativa ed una sapiente pianificazione e conduzione sul campo hanno fatto sì che le conseguenze non fossero ancor più tragiche». Anche se sarebbe stato difficile fare più danni di così.

Quello che la Digos descrive, a proposito degli assalti alla centrale elettrica e al cantiere, sembra un capitolo dell’Arte della guerra di Sun Tzu: «I manifestanti del 3 luglio, travisati ed attrezzati di tutto punto (maschere antigas, bottiglie molotov, scudi in plexiglass, fionde, fromboli, etc.) hanno proditoriamente raggiunto l’area retrostante il museo per avvantaggiarsi della fitta boscaglia e sferrare un attacco violentissimo contro le forze dell’ordine». L’ordine è di abbattere il nemico: la morsa si stringe su poliziotti, carabinieri e finanzieri perché sono loro il rivale. Nella prima ora di scontri, infatti, «saranno stati circa una ventina gli operatori» costretti alla corsia d’ospedale.

Attacchi proditori, perché «nessuna pressione possono lamentare i manifestanti ed i facinorosi che, assolutamente fuori degli schemi della manifestazione preannunciata, hanno deliberatamente attaccato cantiere e forze dell’ordine»; attacchi di eccezionale gravità che «non trovano paragone alcuno con recenti analoghe contingenze di ordine pubblico, se si escludono i gravi fatti avvenuti in Roma in data 15 ottobre».

«Per quasi tre ore», i black bloc hanno cercato «in ogni modo di attingere con i lanci i reparti dislocati alla centrale elettrica, anche inoltrandosi lungo il fiume per colpirli, da lontano, alle spalle». E, anche in questo caso, l’ordine impartito agli uomini era di ridurre «al minimo il rischio di contatto con i manifestanti», permettendo così «di contenere il numero di feriti» ma provocando «comunque ingenti danni ai mezzi in dotazione ed alle strutture fisse del cantiere».

Nessun attacco che giustificasse la rappresaglia dei manifestanti, dunque, visto che «l’apparato di sicurezza dispiegato, anche alla luce dell’esperienza maturata in occasione di eventi similari, si è ispirato prioritariamente alla difesa del sito, arginando i tentativi di sfondamento proditoriamente effettuati». Concludendo: «I numerosi feriti testimoniano della gravità dei comportamenti di chi, in un delirio violento, ha voluto o, nella più generosa delle improbabili ipotesi, non può non aver previsto le più gravi conseguenze del proprio agire».