La guerriglia di Milano imbarazza la sinistra

Laura Cesaretti

da Roma

Con chi stanno i teppisti dei centri sociali che hanno messo Milano a ferro e fuoco? Facile: «Con il centrosinistra di Prodi», rispondono ad una voce nella Cdl, da Silvio Berlusconi in giù.
«Di questa Unione fanno parte anche quei 350 che oggi a Milano hanno impedito lo svolgersi di una civile riunione», ha tuonato subito il premier da Palermo. «Non ci basta il rituale coro di condanna dalla sinistra - ha incalzato Casini- la condanna si deve manifestare con i fatti. Nelle liste del centrosinistra ci sono no global, gente che ha complicità con i centri sociali. Non devono stare in Parlamento».
A sinistra si accusa il colpo: «Sciacallaggio», lamenta Piero Fassino. Ma anche in casa ds si ammette che l’occasione agli «sciacalli» per criticare il centrosinistra, che liscia il pelo ai No-Tav e candida tipi alla Caruso, è stata offerta su un piatto d’argento: «Hanno fatto proprio un bel regalo alla Cdl, quei quattro hooligan», ringhiavano a sera al Botteghino.
Che la guerriglia «antifascista» di Milano potesse tradursi in un brutto colpo per l’immagine del centrosinistra lo hanno intuito subito, nella coalizione prodiana. Tant’è che si è subito scatenata la gara a prenderne le distanze, a cominciare dal leader del partito più messo nel mirino con l’accusa di coltivare movimentismo ed estremismo, ossia Rifondazione comunista. «Condanniamo senza mezzi termini quanto accaduto a Milano», si è affrettato a scandire Fausto Bertinotti, rivendicando «la nostra scelta chiara e definita, che parla il linguaggio della nonviolenza», e sottolineando: «Noi non abbiamo nulla a che spartire con questa gente».
Fassino, che proprio a Milano si trovava per manifestazioni elettorali, appena informato dai suoi della gravità degli incidenti si è immediatamente fiondato in Questura, a portare la propria solidarietà agli agenti feriti. Un gesto «forte» per cercare di disinnescare sul nascere gli attacchi al suo schieramento politico, e far capire all’opinione pubblica che i ds stanno dall’altra parte rispetto ad «episodi di teppismo politico che non hanno alcuna giustificazione». Si è appellato anche alla Cdl: «Bisogna evitare qualsiasi tipo di strumentalizzazione o peggio di sciacallaggio», spiegando che «nessun esponente del centrosinistra è stato minimamente partecipe dei disordini». Ma nel frattempo tutta la maggioranza stava già girando il coltello nella piaga, tirando in ballo anche Prodi e chiedendogli di disconoscere i voti dei centri sociali.
Il candidato premier dell’Unione era però in riposo sabbatico nella sua Bologna, e solo alle cinque di pomeriggio dal suo ufficio stampa di Roma è partito (sollecitato anche da un ansioso Fassino) un laconico comunicato di presa di distanza: «Condanniamo duramente queste forme di violenza. Non appartengono al nostro concetto di democrazia e di civiltà». Da Francesco Rutelli arrivava intanto un secco invito, rivolto alle ali sinistre della coalizione, a «non offrire sponde» e a «sbarrare le porte» a «estremisti e violenti»: «Dobbiamo impedire che si inseriscano nella campagna elettorale con azioni irresponsabili». Ma il vice di Diliberto, Marco Rizzo, dà un colpo al cerchio e uno alla botte: certo la violenza richiede «fermissima condanna». Impedire a Forza Nuova di manifestare, però, non è poi così sbagliato, perché «non è pensabile che a Milano, città Medaglia d'oro della Resistenza, possano sfilare per le vie del centro i gruppi che si richiamano ad un passato che tanto male ha fatto al paese». Tanto che il padre nobile del Pdci, Armando Cossutta, si è sentito in dovere di rimbeccarlo: «Sono fatti gravi, da condannare sotto ogni aspetto. E senza incertezze».