La guerriglia risponde con nuove stragi

La prima vendetta insegue il suo ultimo borbottio. «Modqtada Sadr», aveva urlato uno dei boia incappucciati. «Moqtada Sadr», aveva ripetuto in una smorfia di disgusto il tiranno morituro mentre la botola precipitava sotto i suoi piedi. Passano poche ore e la maledizione si realizza. La prima auto bomba esplode nel mezzo del mercato del pesce di Kufa, la roccaforte dell’agitatore sciita, e si porta all’altro mondo 35 anime innocenti. Poi arrivano le altre quattro destinate a far strage nei quartieri sciiti di Bagdad. Tre esplodono in rapida successione tra le case e i vicoli di Hurriyah seminando panico e morte. Una quarta uccide davanti all’entrata di un ospedale per bambini a nord della capitale. Un’ultima fa strage al tramonto davanti alla moschea sciita di Adhamiyah. Così nella giornata dell’esecuzione del dittatore la guerra civile irachena conta altri 77 nuovi lutti. E la riconciliazione non sembra certo vicina. Il partito Baath del defunto dittatore ricompare su un sito internet invitando i suoi adepti a «colpire senza pietà America e Iran» definiti il comune nemico dell’Irak. «Oggi è il vostro grande giorno, dimenticate le divisioni – invita il comunicato - e vendicate Saddam Hussein».
Nouri Al Maliki, il traballante premier sciita che con quell’esecuzione conta di rinsaldare la propria immagine, sembra anche stavolta un profeta nel deserto. «Le porte sono ancora aperte - ripete - per chiunque non abbia le mani sporche di sangue innocente, per chiunque desideri costruire un Irak non dominato da un solo partito o da una sola comunità». Mentre parla alla televisione le porte di Tikrit, città natale di Saddam, sono invase da una folla che nonostante il coprifuoco inneggia al defunto dittatore e sventola bandiere listate a lutto. Una scena che si ripete a Falluja, Ramadi, Samarra e in tutti i principali centri del cosiddetto triangolo sunnita. Qualcuno dei fedelissimi del dittatore si sforza di credere, come già successe al tempo della sua cattura, che si tratti di una montatura degli americani. «Dubito che Saddam sia morto - ripete un sunnita di Bagdad -, nessuno può uccidere il nostro leader, quello ucciso potrebbe essere anche un sosia» .
Basta scendere a sud di Bagdad o salire tra le montagne del Kurdistan per trovare tutt’altro panorama. A Najaf, la città santa sciita, la gente festeggia danzando nelle strade e offrendo dolci ai passanti e agli agenti delle forze di sicurezza. Stessa atmosfera anche a Ku, Nassirya e Bassora, dove l’emittente Tv al Iraqiya mostra un intervistatore che, indossando il cappello e la barba finta bianca da Babbo Natale, chiede commenti ai manifestanti. «È un giorno di felicità, un giorno di festa doppia, per l’Aid el Adha (la festa islamica del sacrifico) e per l’esecuzione del tiranno», gli risponde una donna velata.
Le strade di Kirkuk, la capitale del kurdistan iracheno, restano invece vuote per il timore di attentati. Solo le moschee ripetono il grido «Allah è grande», segnalando la gioia dei curdi per la scomparsa del dittatore che li sterminò. «L’esecuzione di Saddam è una giornata storica attesa per anni», ripete il professor Hama Rasheed, docente all’università di Kirkuk.