La guerriglia sequestra 56 persone a Bagdad

Gian Marco Chiocci

Politicamente parlando, non c’è due senza tre. Dopo Nassirya e l’Afghanistan, con l’Italia ancora indecisa sul da farsi in Irak, c’era da attendersi un altro segnale di morte. E il segnale è arrivato puntuale. «In effetti il verificarsi di un attentato contro il nostro contingente era nel novero dei rischi probabili più che possibili» conferma un’analista della nostra intelligence. Al di là delle ultime sette-otto informative specifiche sull’intensificarsi della proliferazione delle micidiali bombe «Ied» nella zona di Nassirya e dei transiti di almeno una ventina di potenziali cellule sunnite e sciite istruite per azioni kamikaze (oltre a due note su carichi d’armi forniti dagli 007 iraniani all’Esercito del Mahdi e sui progetti dinamitardi dei saddamiti della brigata M21 passati sotto l’ala sunnita) la sensazione di un nuovo attentato nei confronti del nostro contingente ha tenuto banco per giorni nelle corrispondenze top secret a Forte Braschi. Alla luce anche dell’effervescente situazione politica italiana e delle scontate ricadute sul tema del ritiro dell’Irak che, com’è dimostrato, attentamente vengono seguite on line o sui canali satellitari dai «signori della guerriglia» che dell’Italia sanno tanto se non tutto, se non altro per averci vissuto o per aver propagandato in convegni a tema la lotta all’«invasore» americano. Se nell’immediatezza dell’ultima incursione-bomba in Afghanistan l’escalation di attentati contro l’Italia in Medio Oriente era stata letta dagli analisti del Sismi come «un pressing sul nuovo governo» affinché provvedesse «al ritiro immediato dei contingenti militari in Irak», anche oggi il pensiero va all’ennesima coincidenza per quanto sta accadendo qui da noi con la sinistra radicale giust’appunto «in pressing» sull’Esecutivo per il diefront immediato, senza se e senza ma. Il pensiero ci va diretto perché condiviso dagli addetti ai lavori, anche se la versione ufficiale fornita da fonti di intelligence alle agenzie di stampa dà il segno del cambio di rotta - anche mediatico - nei Servizi. «Non è detto che ci sia un disegno politico volto a condizionare il calendario delle truppe italiane dall’Irak dietro l’attentato di oggi a Nassirya, la dinamica dell’accaduto non è ancora chiarita del tutto, dunque sembra eccessivo per il momento attribuire un disegno strategico». Il particolare che i nostri soldati scortassero un convoglio della «logistica» dell’esercito britannico in una zona avara di attentati, e non fossero incolonnati per conto loro, potrebbe far pensare a un attacco alla Coalizione, non necessariamente all’Italia. «Come però insegna la storia di questa guerra - aggiunge l’analista - non vanno persi di vista i segnali, i messaggi, le coincidenze che in Irak hanno significati specifici e che ogni volta fanno riflettere più di tante analisi o considerazioni strategiche». È dimostrato come Al Qaida, negli ultimi tempi, abbia colpito il bersaglio giusto indicato in messaggi criptati nei video di Bin Laden, Al Zawairi o Al Zarqawi. È dimostrato altresì come puntualmente, nell’offensiva contro carabinieri, alpini o fanti della Sassari, riaffiorino indizi di una «regia italiana» (già comparsa nella voce fuori campo del video di Quattrocchi come nelle investigazioni della polizia irachena sui collegamenti diretti fra guerriglieri locali e antimperialisti nostrani) tesa a condizionare la politica tricolore. Messaggi e coincidenze? Di ieri il conclave di San Martino, sempre di ieri la festa a mezz’asta delle Banemerita ancora in lutto, di dopodomani il vertice Nato a Bruxelles con il ministro Arturo Parisi che del futuro dell’Italia in Irak parlerà col segretario alla Difesa Usa Donald Rumsfeld e col collega britannico Des Browne. Solo coincidenze?