La guerriglia urbana dei fuorilegge

Fra i disagi e le «emergenze» che Milano e altre città italiane non meritavano c’è anche il problema dei rom calati a frotte dalla Romania, fresca sorella europea. A qualcuno può sembrare crudo e impietoso, magari razzista, classificare le difficoltà di quell’etnia come un problema, ma anche questo termine può considerarsi un eufemismo se si pensa che l’altro ieri qualche centinaio di rom hanno scatenato nell’area Triboniano di Milano una vera e propria guerriglia: lancio di sassi e molotov, incendi di baracche cosparse di benzina. Perché? È semplice: non vogliono integrarsi. Un passo indietro.
Il Comune di Milano ha offerto ai capifamiglia rom un «patto di legalità»: campi attrezzati con roulotte, servizi igienici, acqua ed energia, in cambio dell’impegno a rispettare la legge e a mandare i figli a scuola. Un patto chiaro, volto ad aiutare gli immigrati, ma anche a tutelare i loro vicini milanesi, troppo spesso impauriti perché i campi nomadi diventano santuari di criminalità e di traffici sporchi. Ebbene, molte famiglie hanno sottoscritto il patto e hanno avuto le roulotte nei campi di Triboniano. Gli esclusi – irregolari refrattari ad assumere qualsiasi impegno – a questo punto hanno tentato il colpo di mano e, quando la loro baraccopoli fatiscente è stata smantellata, si sono piazzati con la forza nell’area dei regolari. Di qui la guerriglia. Adesso si tratta, si tenta di mediare, mentre i teorici delle «porte aperte» provano ancora a difendere i rom, considerando il rifiuto ad integrarsi quasi una peculiarità culturale degna di tutela, fuori e di là della legge. Ma i campi nomadi non piacciono a nessuno, in Lombardia come in Piemonte, nel Veneto o nel Lazio. I campi diventano discariche a cielo aperto, centri di ricettazione e di furto pianificato, di mendicità organizzata, con bambini, donne e vecchi sfruttati in maniera ignobile. L’insediamento dei rom sempre si risolve per i residenti in una violenta alterazione del paesaggio urbano e umano, con paura e disagio.
L’amministrazione milanese vuole smantellare i campi abusivi, ma si sa che i rom, scacciati da un’area, ne invadono un’altra. Non sarà facile risolvere il problema. Ci vorrebbe un governo che comprendesse la sofferenza di certe città assediate e fornisse i mezzi necessari a ristabilire la legalità. E magari trattasse anche a livello europeo per regolamentare flussi ed emergenze. Ma noi non abbiamo un governo. E nell’assenza di una politica responsabile per l’immigrazione, inter ed extracomunitaria, siamo affidati al bla-bla dei generosi che pagano con le sofferenze degli altri. Che dissertano di solidarietà senza se e senza ma, oppure realizzano con pubblico denaro (l’ha fatto la Provincia di Milano) un film per difendere i rom. Un film che il sindaco di Opera (comune del Milanese che ospitava il campo nel quale è stato girato il documentario) ha definito un inutile esercizio di sociologismo. Il sindaco è ulivista, ma ascolta la sua gente. Anche don Colmegna, il sacerdote della Casa della Carità, in parte si ricrede e afferma che forse finora c’è stato troppo buonismo. La verità comincia a farsi strada, ma che fatica.