Guerritore: «Che grave errore bocciare Exodus senza vederlo»

La replica di Miriam Mafai: «Ho riportato i giudizi di uno storico che l’ha visto e che è anche il nipote di Ada Sereni»

da Roma

Prima ancora di andare in onda (domani e lunedì alle 21 su Raiuno) lo sceneggiato Exodus, che racconta il trasferimento in Palestina di più di 20mila ebrei subito dopo la Seconda Guerra mondiale, ha provocato una querelle con scontato strascico di polemiche. Da un lato c’è Alon Confino, storico americano e nipote di Ada Sereni, la protagonista di questa coraggiosa e a tratti epica avventura, dall’altro gli sceneggiatori e la produzione della fiction che difendono orgogliosamente il loro lavoro. A raccogliere il giudizio del nipote della Sereni è Miriam Mafai in un articolo apparso martedì scorso su La Repubblica. Quella raccontata da Exodus è per Alon Confino «una vicenda umana e politica complessa ridotta a love story» dove i due protagonisti - Enzo e Ada Sereni - «ne escono incomprensibili, appiattiti su un’unica dimensione». Lo sceneggiato in questione è stato in verità «liberamente ispirato» alle memorie della Sereni raccolte nel volume (da poco riedito da Mursia) I clandestini del mare. In quelle pagine la Sereni racconta del suo arrivo in Palestina nel ’27 al seguito del marito che lì voleva fondare un kibbutz di stampo socialista. Tema centrale del libro finisce tuttavia per essere l’organizzazione clandestina messa in piedi da un gruppo di ebrei per aiutare i correligionari ad entrare in Palestina subito dopo la fine del conflitto mondiale, quando quella terra era ancora un protettorato inglese.
Nello sceneggiato, ricorda il regista Gianluigi Calderone, «si privilegia proprio il momento in cui Ada scopre l’orrore della Shoah e soprattutto le circostanze che l’hanno condotta ad agire in prima persona per aiutare tanti correligionari a raggiungere la Palestina», unico luogo - secondo i superstiti dei lager - dove trovare gente nella quale riporre il residuo di fiducia che si poteva avere allora nei confronti del genere umano. Nel ruolo di Ada troviamo una Monica Guerritore particolarmente ispirata. «In questo lavoro - spiega l’attrice, impegnata a teatro a vestire i ruoli di un’altra celebre eroina: Giovanna d’Arco - ho cercato di non mettere nessun tipo di sapere o di pregiudizio perché se interpreti un personaggio vero, realmente vissuto, devi avere rispetto delle motivazioni personali che hanno guidato le sue scelte». Per la Guerritore sarebbe sbagliato ingessare la figura della Sereni in un’eroina: «Ada Sereni non è un personaggio eroico perché non si nasce con l’etichetta di eroi. Ho iniziato a girare questa fiction pensando ad Ada come a una donna normale, fatta di sangue e corpo, non una fotografia che, peraltro, non ho voluto vedere. L’importante è il ricordo, riportare al pubblico la fatica di fare certe scelte che privilegiano gli altri». Ed è per questo che le parole apparse sulla Repubblica sono risultate particolarmente indigeste. «Nell’articolo della Mafai si è voluto dar voce - aggiunge l’attrice - a un nipote di Ada Sereni che restituisce l’immagine di una donna dura e inflessibile. La Mafai, in quanto donna, avrebbe dovuto capire, che la forza è diversa dal potere. La forza di una donna è un’altra. È quella che spinge in avanti le cose senza ricorrere al potere». Puntale la risposta della Mafai. «Non ho dato alcun giudizio - replica la giornalista - non potrei visto che non ho visto la fiction. Ho solo riportato il giudizio di uno storico che stimo, e che tra l’altro è il nipote di Ada Sereni. Non c’è una parola, nel mio articolo, che faccia pensare che quello è il mio giudizio».