Guida postmoderna di una metropoli molto «distratta»

Fulvio Abbate è uno scrittore irriverente, graffiante. Nei suoi libri e nei suoi interventi pubblici ci ha abituato, suscitando spesso un certo interesse, a non abituarci. Abbate è uno scrittore con un raro gusto, in molti suoi colleghi perduto, per la libertà, uno scrittore che, per intenderci, scrive indifferentemente per l’Unità e per Il Foglio senza cambiare registro. Siciliano di nascita, Fulvio Abbate vive a Roma da oltre trenta anni e alla capitale ha da poco dedicato un libro, Roma, guida non conformista alla città (edita da Cooper), che delle sue caratteristiche di narratore e intellettuale rivela molto. Forse più dei suoi stessi romanzi.
Originale è innanzi tutto la composizione stessa del libro, l’inseguirsi di voci, luoghi e persone in un ordine deliberato che ridisegna una personale fenomenologia capitolina. Persone e cose sono intenzionalmente confuse, l’antropologia non disdegna di andare a passeggio con la sociologia, incontrando per le stesse vie la poesia a braccetto con l’epigramma o con la critica radicale e corrosiva di marca anarchica o meglio, situazionista (proprio erede di Guy Debord e Raoul Vaneigen, per intenderci).
Ne sortisce un ritratto di Roma per lemmi, per così dire post-enciclopedico, dove le persone sono analizzate come monumenti, le chiese e i luoghi costituiscono pretesti per brevi racconti, atroci resoconti sullo stato della città eterna, feroci o rassegnate analisi socio-culturali. «Giulio Andreotti», «gatti e gattare di largo Argentina», «Barbara Palombelli» e una serie di descrizioni di ville pubbliche, per esempio, si inseguono in maniera analogica.
Alcune di queste voci, come s’è detto, sono dei racconti bellissimi per la prosa e per l’eccentricità del punto di vista, come quella dedicata al Ghetto: «In una tasca del lungotevere, fra la Sinagoga, che annuncia il Ghetto, e la mole del Teatro Marcello, Roma possiede un singolare bar tabacchi dall'insegna invisibile e soprattutto, priva di un nome identificativo».
Appassionanti, finanche struggenti, i ritratti di romani (o tali per adozione) a vario titolo amati da Abbate: Mario Schifano, Alberto Moravia, Jacovitti, Mario Romersi. Epigrammatici e corrosivi quelli dedicati alle «persone monumentali» meno vicine, Walter Veltroni per esempio: «L’uomo, il politico, per le sue doti, piace a quasi tutti; dopo i Genesis, potendo, farebbe ricostituire i Beatles e i Brutos per un concerto gratuito al Colosseo o direttamente al congresso di costituzione del cosiddetto partito democratico, la nuova forza politica al minimo sindacale garantito di fantasia». O Silvio Berlusconi: «Il più celebre pendolare milanese che sia mai stato costretto a scendere in campo a Roma».
Abbate non nasconde in questo libro neanche le sue «perversioni estetiche», dedicando pagine incantate a luoghi della città quasi per antonomasia orrendi, come piazza Strozzi (già presente in un suo romanzo), o quando evidentemente indugia su una certa epica personale (circoli anarchici, la prima libreria Feltrinelli, lapidi, targhe e manifestoni, o «cazzi (sic!) di particolare celebrità»), oppure promuovendo le botteghe di suoi amici.