Guido Rossa l’alpinista in giacca e cravatta

«Non c'era niente da fare. \Per capire mio padre, il suo carattere, la sua personalità e in definitiva anche le sue scelte, non si può prescindere dalla sua passione per la montagna», scrive Sabina Rossa in Guido Rossa, mio padre (Bur), libro firmato insieme a Giovanni Fasanella.
Guido Rossa, bellunese di nascita, transitato per Torino e approdato a Genova, fu ucciso dalle BR il 24 gennaio del 1979. Già, un operaio comunista «giustiziato» per aver denunciato un altro operaio, tale Berardi. Solo che quel collega faceva propaganda per le BR e Rossa lo scoprì mentre distribuiva bollettini clandestini per il gruppo armato. Di più: Guido Rossa era stato eletto rappresentante sindacale nella sua fabbrica, l’Italsider. Un sindacalista che aveva denunciato un operaio. Inammissibile. Si era in un momento storico cruciale, dopo l'assassinio di Aldo Moro e il fallimento del compromesso storico. Il PCI voleva prendere le distanze in modo più chiaro dal terrorismo, ma c’erano ancora troppe ambiguità, troppo odio era stato seminato negli anni. Con inevitabili contraddizioni, tragiche e insanabili. Pasolini aveva già accusato quegli studenti contestatori, figli dei borghesi, che nelle piazze prendevano a sassate i poliziotti, figli del popolo. Così, se da un lato un militante comunista come Rossa denunciava la propaganda per la rivoluzione armata, dall'altro i compagni di partito e di sindacato gli voltarono le spalle quando si trattò di testimoniare contro Berardi. I suoi giustizieri erano indecisi se compiere un'azione dimostrativa: «Volevamo sequestrarlo e appendergli al collo un cartello con scritto “spia”». Ma alla fine Rossa fu ucciso.
Ora, al di là dell'indagine della figlia, dal libro emerge anche un Guido Rossa privato, personaggio creativo ed eccentrico a volte (aveva «una seicento azzurra con delle margherite bianche adesive incollate sulla carrozzeria»), che non è solo il ritratto toccante di un uomo sensibile e intelligente, ma l'emblema incarnato di un rapporto conflittuale: quello fra società e politica da una parte e alpinismo e natura dall'altra.
Durante gli anni torinesi Rossa si era guadagnato fama di guru dell'alpinismo, un paradossale mito della demitizzazione, capace di arrampicare slegato in giacca e cravatta per scandalizzare i modi compiti dei torinesi, così intrisi ancora di certo immaginario eroico. Le contiguità e le compromissioni del mondo alpinistico e del Cai con il regime fascista durante il ventennio erano state tali da innescare, nel dopoguerra, un meccanismo più o meno consapevole di isolamento dalle questioni sociali e politiche: in sostanza andare in montagna significava allontanarsi dai problemi del mondo. Una sorta di senso di colpa teneva lontano gli alpinisti dalla politica, e anche il sessantotto degli scalatori fu - come fece notare Andrea Godetti - più simile a una Woodstock che a un Maggio parigino.
Un atteggiamento che a Rossa non bastava più: «L'indifferenza, il qualunquismo e l'ambizione - scrisse in una lettera a Bastrenta nel 1970 - che dominano nell'ambiente alpinistico in genere \ sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa “lizza“ della mia stagione alpina». In verità Rossa non smise mai di andare in montagna ma il suo approccio cambiò totalmente. Apparentemente all'opposto del passaggio al bosco teorizzato nel Trattato del ribelle di Ernst Jünger.
Insomma, materiale buono per proseguire lo straordinario lavoro di Alessandro Pastore che, in Alpinismo e storia d'Italia (Il Mulino) aveva indagato il particolare rapporto esistente tra classe dirigente, società italiana e cultura del loisir, da Quintino Sella alla Resistenza.
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