Guidolin: «Aggredite la Juve, va in crisi»

Gian Piero Scevola

Signor Guidolin, se permette, le faccio i complimenti più sinceri.
«Cosa fa, mi sfotte? Ho appena perso in casa col Bordeaux, è arrivata la prima sconfitta casalinga e mi ritrovo pure i complimenti».
Non fraintenda, in tanti la invidiano perché lei è stato l’ultimo allenatore alla guida di una piccola squadra, una provinciale tanto per capirci, a battere la Juventus.
«Questa mi giunge completamente nuova, non lo sapevo. Meglio così, almeno in Italia ho lasciato un buon ricordo».
Quel suo Palermo neopromosso che sabato 5 febbraio 2005 superò alla Favorita i bianconeri, questo almeno se lo ricorderà?
«Allora il Palermo, proprio per il fatto di essere appena arrivato dalla serie B, era alla stessa stregua di una provinciale, anche se ad ogni partita interna lo stadio era pieno zeppo».
Ci racconti un po’ quella storica giornata.
«È giusto parlare di impresa storica, perché per i giocatori del Palermo quella rappresentò la classica “partita della vita”. Una gara per tanti irripetibile e mi provoca ancora emozione ricordare l’esplosione di gioia di Brienza quando dopo una decina di minuti realizzò il gol che sarebbe poi risultato decisivo. Correva, correva, correva come un pazzo, urlava dalla felicità e nessuno riusciva a fermarlo. Ci trovammo tutti l’uno addosso all’altro, un mucchio selvaggio di gente impazzita».
Sento vibrare la sua voce...
«Per forza, emozioni così non si dimenticano mai nella vita. E poi battere la Vecchia Signora non è cosa di tutti i giorni, sono imprese che restano».
Come ha fatto a batterla? E, soprattutto, dia qualche “avviso ai naviganti” per riuscire a fermarla anche oggi.
«Non è facile a dirsi e nemmeno a farsi. Il mio Palermo non era una squadra di primissimo livello, forse per questo i bianconeri ci hanno un po’ sottovalutato. E poi eravamo neopromossi, chi poteva mai immaginare che avremmo fatto una partita del genere? Certo, tre giorni prima, mercoledì, eravamo andati a vincere a Firenze, ma pensare di battere la Juve, nessuno ci pensava proprio. Abbiamo sbagliato davvero poco, siamo stati molto aggressivi, eravamo alti e non facevamo respirare gli avversari. La nostra pressione era asfissiante come di più non si può. Lo dissi allora e lo ripeto oggi: fu una straordinaria prestazione di tutta la squadra, una vittoria meritata e fortemente voluta, con in campo undici leoni scatenati».
Questa allora la sua ricetta per battere la Juve? Ma oggi in Italia c’è una squadra che abbia queste caratteristiche?
«Calma, ogni partita fa storia a sé. Non conosco la realtà attuale delle squadre italiane, dovrei averne una in mano per poterlo dire. Però la “partita della vita” potrebbe farla chiunque, anche il Chievo questa sera. È come un puzzle, tutti i tasselli devono combaciare nel momento esatto in cui vengono inseriti, se ne sbagli uno o aspetti troppo, vieni castigato. Il difficile è riuscire a fare gol ai bianconeri per portarsi a casa il risultato, ma è indispensabile anche soffocare il loro gioco. Insomma bisogna essere cattivi e fare male, sportivamente s’intende, alla Juventus, ma con uno come Fabio Capello in panchina è davvero difficile».
Allora il campionato italiano non è già finito come sembra?
«Ancora calma, perché le parole sono una cosa, i fatti un’altra. Quest’anno, forzando un po’ i termini, la Juventus è imbattibile e lo scudetto resterà sicuramente a Torino. La Juve ha programmato tutto fin da inizio stagione, erano già i campioni e sono migliorati ancora. L’innesto di Vieira è stato determinante, così come l’esplosione di Ibrahimovic. E poi Trezeguet che appena tocca il pallone fa gol. Ci metto anche Del Piero, un campione vero come pochi altri. E pure la difesa, con Cannavaro e Thuram che sono una barriera insuperabile».
Allora non vede punti deboli in questa squadra?
«Nemmeno uno, anzi hanno un Capello in più. Scusate se è poco».
Ma la Juve non potrebbe avere un momento di crisi?
«Anche se l’avesse, ha quasi quattro partite di vantaggio sulle altre. Ha chiuso l’andata a 52 punti, una cosa mostruosa. Se anche nel ritorno ne facesse appena 40, quale delle avversarie riuscirebbe a farne di più? Inter e Milan viaggiano a ritmo scudetto, è la Juve che viaggia a un ritmo pazzesco. Così come è stata costruita questa squadra è straordinariamente forte, troppo superiore alle altre».
Sia sincero Guidolin, ha nostalgia dell’Italia?
«No, perché sono a due passi da casa. Certo che il campionato italiano è tutta un’altra cosa. Ma in Francia volevo provare un’esperienza diversa e non mi lamento, anzi».
Malgrado l’ultima sconfitta?
«Ci sono rimasto un po’ male perché prima di Natale eravamo arrivati a un punto dal secondo posto e ora ci troviamo in mezzo al gruppo a 32 punti con 7 lunghezze di distacco dal Bordeaux che rappresenta il nostro termine di paragone, perché il Lione a 53 punti è un’altra cosa, un po’ come la Juve in Italia. Peccato che nelle ultime 3 partite abbiamo fatto solo 2 punti. Il Monaco ha un grande recente passato, vorrei proprio riportarlo in alto».
Però ora sono arrivati Marco Di Vaio e, soprattutto, Bobo Vieri.
«Sono contento, potranno fare bene. Comunque devono ancora inserirsi e ritrovare il ritmo della partita».
Vieri è venuto nel Principato per guadagnarsi il mondiale. Sarà lei a farglielo guadagnare?
«Bobo ha fatto una scommessa per i mondiali, vuole raggiungerli a tutti i costi per concludere una carriera sempre ad alto livello. Non dipende da me, tocca solo a lui. Io lo vedo motivato, concentrato, voglioso di migliorare e di fare. Il mondiale è nella testa e nelle gambe di Vieri, è lui il miglior giudice di se stesso, sarà lui a capire a un certo punto se ce la farà ad andarci».
E, secondo lei, ce la farà?
«Non voglio pronunciarmi, il mio augurio è che Vieri, ma anche Di Vaio, possano entrare nella lista dei 23. Ne sarebbe decisamente valorizzato anche il mio lavoro».