Il Guinness parla italiano: "Io, signor no dei record"

Marco Frigatti è a capo della squadra che certifica i primati: "Riceviamo mille richieste a settimana"

Marco Frigatti è l’uomo dei record. È quello che dice: questo è un Guinness, questo no. Ritenta. Veneto (è nato a Mestre), 38 anni, da Londra guida il team «gestione dei record», che riceve richieste da tutto il mondo. E scopre talenti in giro per il pianeta. Quelli che, poi, finiscono nel Guinness World Records, di cui è appena uscita l’edizione 2009.

Quante segnalazioni ricevete in media?
«Un migliaio a settimana, da cui ricaviamo circa duemila Guinness l’anno».

Come scoprite i record?
«Abbiamo una squadra di consulenti esperti in vari settori, scienza, spazio, tecnologia, costruzioni: frequentano i forum più innovativi, scoprono le ultime novità, viaggiano. Magari vedono un ponte o un edificio particolare e decidono di fare verifiche».

Come trovate le persone da Guinness?
«Di solito ci mandano una segnalazione. Una donna magari sostiene di avere le gambe più lunghe al mondo. Se quel record non esiste facciamo delle ricerche, stabiliamo dei requisiti minimi e, a quel punto, apriamo una nuova categoria».

Quante categorie ci sono?
«Circa 60mila. Ogni anno ne istituiamo almeno un migliaio. Abbiamo dedicato un’edizione speciale del libro ai videogiochi. Quest’anno sono nate nuove categorie legate al powerbocking, una disciplina delle paraolimpiadi, delle specie di pattini con le molle per fare acrobazie».

Come si fanno le verifiche?
«Il concorrente riceve il regolamento, poi è libero di realizzare il record. Dovrà raccogliere prove da spedire per posta: video, foto, misurazioni e la testimonianza di un notaio o un esperto. Nel nostro ufficio a Londra scartabelliamo le richieste e, se rispettano tutti i criteri, omologhiamo il record».

Non vi recate sul posto?
«Il team è di 12 persone, parliamo undici lingue, facciamo circa 250 viaggi l’anno. Ma non possiamo arrivare dappertutto. Se siamo invitati verifichiamo dal vivo. Però si paga una tariffa di omologazione. L’ultima volta sono stato vicino a Salerno, per il Guinness del materasso più grande. Alla fine ci abbiamo ballato sopra».

Quante richieste sono record reali?
«Ne scartiamo il 65%. Un record dev’essere misurabile, verificabile e battibile. E di interesse generale, per stimolare la competizione».

Il record più divertente?
«Un tedesco che spacca lattine di birra a colpi di karate: indossavo l’impermeabile ma, alla fine, ero zuppo. E i cento metri a ostacoli con le pinne».

Il posto più insolito?
«In Corea del Nord, nell’agosto 2007: è stata la più grande coreografia di ginnasti mai realizzata, con 100.090 atleti. Record organizzato dallo Stato».

Le richieste più numerose?
«La maratona di radio, record battuto 23 volte in un anno e detenuto da un italiano, Stefano Venneri, che ha condotto un programma per 135 ore di fila. E il bodyskip, molto amato dai bambini: bisogna saltare le proprie braccia».

Ha mai incontrato un Guinnessman per caso?
«Mi è successo a Roma, per strada. Ho visto un signore che strabuzzava gli occhi in mezzo alla folla e l’ho invitato a Londra per misurare di quanto riesce a far “uscire” i bulbi dalle orbite».

Da quanto fa questo lavoro? Che doti richiede?
«Da cinque anni. Prima facevo l’interprete e il traduttore a Milano. Non esiste una laurea in Guinness, però bisogna essere aperti, curiosi, studiare molto e conoscere almeno due lingue oltre all’inglese. È un lavoro fantastico. L’unico problema è: e dopo? Tutti gli altri mestieri mi sembrano tremendamente noiosi».