Gullotta racconta la grande favola pirandelliana sull’integrità

«Il piacere dell’onestà» per la regia di Fabio Grossi

Il sipario semiaperto, volutamente lasciato così come una ferita esangue nel velluto scarlatto, incuriosirà molto il pubblico impegnato a prendere posto in platea. Di più, consentirà ai presenti di sbirciare in una feritoia irresistibile (una casa ispirata dalla lirica La Casina di Cristallo di Palazzeschi, dove l’apparire conta più dell’essere) che li precipiterà direttamente nella storia. Il piacere dell’onestà, commedia in tre atti che Luigi Pirandello compose nel 1917 ispirandosi alla sua novella Tirocinio (1905) è la nuova sfida di Leo Gullotta e dal Teatro Eliseo (che produce lo spettacolo, proposto dal 14 ottobre in prima nazionale) con le scene di Luigi Perego, musiche di Germano Mazzocchetti e luci di Valerio Tiberi. L’attore catanese, nuovamente diretto da Fabio Grossi - come accadde due stagioni fa ne L’uomo, la bestia e la virtù - punta ancora lo sguardo apparentemente all’indietro, verso un classico del teatro italiano intriso d’attualità. «La grande favola dell’onestà? Non dobbiamo avere paura a raccontarla. Come persona posso dire che l’onestà mi appartiene, nel profondo. Mi piace essere una persona aperta, pulita, disponibile all’incontro e allo scontro civile, ma sempre con onestà specchiata», confessa Gullotta che martedì sera inaugurerà la stagione dell’Eliseo con un nuovo Pirandello. «Spaventato? Macché. L’offerta pirandelliana è sempre gradita dalla platea, parliamo di un autore inafferrabile, volutamente provocatorio e attuale. Il testo, poi, è perfetto per il momento storico, sembra scritto stamattina e fa di Pirandello un classico contemporaneo - dice Gullotta parlando della commedia che affronta il tema della società malata - trasformata in verminaio. Pirandello l’aveva previsto, per questo credo che le pagine del testo siano utili: incuriosiranno il pubblico, lo indurranno a riflettere. La “gente” ce la vogliono raccontare in un altro modo, specie i media: piatta, pigra, vuota. Invece io sento che c’è voglia di incontri, esiste un movimento. Certo, di contro ci sono il rinascente razzismo, la crisi delle borse e un imbarbarimento culturale diffuso, ma l'abbrutimento è una scelta voluta e con questa commedia voglio fare il mio dovere di cittadino, recuperando valori». Il piacere dell’onestà affronta uno dei temi cari al Premio Nobel per la letteratura, la dirittura morale contrapposta alle apparenze. Ne è il simbolo la casa borghese dei protagonisti: un luogo bello e pulito all’esterno, dove dentro succede l’inferno. Il canovaccio - tre atti che Fabio Grossi ha ridotto, senza riletture, a due atti più un intermezzo - narra di Angelo Baldovino (Gullotta), un ex giocatore spiantato e fallito, che viene scelto come testa di legno dal marchese Fabio Colli (Martino Duane) per fargli sposare la di lui giovane amante incinta, Agata Renni (Marta Richeldi). Sposare per finta una donna, salvando la sua ritrovata onestà, sarà la missione che Baldovino porta avanti in una società di egoisti e mascalzoni. «Il mio personaggio è un uomo che attraversa la disonestà - chiarisce Gullotta - ma sceglie di essere integro a causa dei suoi valori. La commedia è un inquietante viaggio nei sentimenti e nella borghesia oscena. Per me è una prova ardua, perché ricordo le edizioni eccezionali con Alberto Lionello, Salvo Randone: il mio Baldovino è un uomo che racconta la sua profonda solitudine di essere umano. Spero che questa onestà venga percepita come autenticità di sforzo». Repliche fino al 9 novembre.