Il guru dei talebani: «Rilasciate Mastrogiacomo»

Sami Ul Haq ha avuto tra i suoi allievi anche il mullah Omar Oggi dalla moschea di Roma appello ai sequestratori

Scende in pista uno dei più influenti capi mandamento della confraternita talebana, quel Sami Ul Haq che nella Frontiera del Nord-Ovest pakistano, al confine con l’Afghanistan, gestisce una madrassa, una scuola coranica, importante come il seminario ambrosiano di Venegono, per dire. Sami Ul Haq ha lanciato un appello per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, il giornalista di Repubblica finito nelle mani degli studenti coranici giù nella provincia di Helmand. Un bell’appello, c’è da dire, chiaro e senza infingimenti. «I giornalisti internazionali - c’è scritto nella nota diramata dal suo ufficio - hanno il diritto di interagire con tutti i gruppi, compresi i talebani».
Non è uno qualsiasi, Sami Ul Haq, e se chiede una cosa, in genere lo stanno a sentire. Lo chiamano il «padre dei talebani» per il fatto che lui, preside della scuola di Akora Khattak, ha avuto tra i suoi studenti gli attuali leader talebani, compreso il mullah Omar, il «comandante dei fedeli», il numero uno. Insomma, è come se un Provenzano, o un Riina, fatte le debite proporzioni, e con tutto il rispetto, si rivolgesse ai picciotti in libertà chiedendo una cortesia.
Importante soprattutto è l’appello dell’alto esponente religioso islamico per il fatto che nel suo intervento cala sulla qualifica di «giornalista», rivolta a Mastrogiacomo, dando implicitamente a vedere di non credere all’accusa di spionaggio mossa al giornalista italiano dai suoi rapitori. Sami Ul Haq, che ha la qualifica di maulana, come dire Gran Dottore, è a capo del Muttahida Majilis-e-Amal, una coalizione di sei partiti che in passato ha assunto posizioni altamente critiche nei confronti del presidente pakistano Musharraf per l’«entusiasmo» da quest’ultimo manifestato nella guerra al terrorismo promossa dagli Usa al tempo del rovesciamento del regime di Kabul. Ma è acqua passata. Ieri, maulana ul Haq era addirittura al pranzo d’addio in onore dell’ambasciatore americano Ryan C. Crocker, che lascia il Pakistan per Bagdad. Al pranzo si è perfino assistito a un siparietto tra un alto funzionario pakistano e il maulana: il primo accusava il secondo (che sorridendo è stato al gioco) di essere «un fondamentalista amichevole» e un «ex terrorista».
Informazioni certe, ha detto il ministro degli Esteri D’Alema, «al momento non ne abbiamo, ma sono aperti tutti i canali di comunicazione». Un’altra buona notizia (mentre oggi dalla moschea di Roma partirà un altro appello di clemenza rivolto ai rapitori) arriva da un noto giornalista pakistano, Rahimullah Yousefzai, il quale dice di avere contattato i rapitori di Mastrogiacomo. «L’ostaggio sta bene - ha detto il collega paki - non gli hanno fatto del male, e i suoi rapitori si sono già resi conto che non è una spia e stanno negoziando. Già domani potrebbero farsi vivi. Certo vorranno qualcosa in cambio», ha aggiunto il giornalista , alludendo ai molti talebani in carcere.
L’equivoco di cui parlavamo qui sopra sarebbe nato da una dichiarazione resa da Mastrogiacomo, il quale avrebbe ammesso di aver raggiunto la provincia di Helmand in previsione del ventilato attacco laggiù delle forze britanniche. Del resto, che c’è da aspettarsi da gente che pur avendo in mano il passaporto di Daniele lo scambiano per inglese, lo chiamano «Danikel» e il suo giornale «Laripublic»?