Guseppe Modica, un siciliano che dipinge il «Cielo su Roma»

Non ha perso l’accento siciliano il pittore Giuseppe Modica, nato nel ’53 a Mazara del Vallo. Dopo gli studi di architettura e l’Accademia di Belle Arti a Firenze, giunge a Roma nell’87. Lo studio del pittore è in una Roma dal sapore antico, a via dei Santi Quattro, a due passi dal Colosseo che si vede dalle finestre. Una zona strategica per muoversi rapidamente da una parte all’altra della città, perché, dice Modica, «uno dei motivi che rendono problematico abitare a Roma sono i trasporti, cosa che non accade a Parigi, a Londra o a Madrid». Ma nonostante la spina del traffico Modica ha Roma nel cuore. Più volte ha dipinto la città e ora ha appena terminato, dopo un anno di lavoro lento e metodico, un grande trittico intitolato «Cielo su Roma», (4 metri per 2,5). Una Roma che appare e scompare, in frammenti, riflessa da una superficie specchiante come attraverso una griglia, a scacchiera. La quadriga dell’Altare della Patria, il Colosseo, la Curia del Foro, la Cupola di San Pietro e i cieli di Roma che variano d’intensità e di colore. Un quadro di grande impegno a cui si accompagnano altri dipinti che hanno per tema luoghi della città lontani fra loro ma che si possono accostare a piacere. Quadri che «sono anche un pretesto per descrivere l’avventura della luce attraverso l’architettura testimone dei segni del tempo. E nessuna città come Roma ha tante sedimentazioni in modo così stratificato e complesso», precisa Modica che è docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di via Ripetta.
Come concilia la pittura con l’attività didattica?
«Ritengo che l’insegnamento sia un completamento del mio lavoro di pittore, uno stimolo. S’impara molto dagli studenti, il dialogo con i giovani ci mantiene vivi. Ma io sono in primo luogo un pittore, io posso parlare da pittore».
Qual è l’artista a cui si sente più vicino?
«Non uno in particolare, c’è una sotterranea linea classica che va da Piero della Francesca a Mantegna, a Vermeer a Seurat, fino a Balthus, a De Chirico. Quello che m’interessa - continua - è il dibattito culturale del dopoguerra, la dialettica astratto-figurativa, l’informale, i concettuali, la ripresa dell’immagine. A questo dibattito ho dato testimonianza col mio lavoro, non scrivendo saggi».
Come vede la situazione dell’arte oggi in Italia?
«C’è una grande confusione fra ricerca reale e operazioni provocatorie e commerciali, alcune di cattivo gusto, ma funzionali per il mercato. Il pericolo è lo sfruttamento dei giovani di cui tanto si parla e l’omologazione alla moda. Ovunque si vedono le stesse cose, a Palermo come a Madrid o a Berlino. E omologazione significa appiattimento».
Torniamo al suo rapporto con la città, perché ha scelto di abitare a Roma, proprio al Colosseo?
«È un caso. Al Colosseo c’era lo studio del pittore Bruno Caruso e mia moglie e io quando venivamo a trovarlo, stavamo in una pensione, qui vicino e la sera passeggiavamo per la città, una meraviglia. Sarebbe stato bello trovare una casetta in questa zona. Avevo già in animo di lasciare Firenze, ma ero indeciso se andare a Milano o a Roma. Mi piaceva Roma per gli spazi aperti, per la luce, per questo senso della storia che trasuda dalle facciate e dai monumenti, per questi cieli aperti, per il clima molto simile alla mia Sicilia».
Roma senza difetti?
«Penso che la città abbia un rapporto positivo con la gente, sono disponibili, come al Sud. Mi sono trovato quasi a casa».
Ma se dovesse trovarne uno?
«Roma è una città dove passano tutto e tutti, un difetto semmai è l’indifferenza e una certa mancanza di programmazione nelle cose. Ma è una città tollerante, in cui convivono tante razze, tante culture, e questo è un fatto di grande civiltà, è un merito».
E la città non si smentisce. Una volta a Roma il pittore incontra l’amico Caruso che lo introduce nel mondo delle gallerie, Ca’ d’Oro, Russo, Incontro d’Arte dove fa la prima mostra e critici come Dario Micacchi, Maurizio Fagiolo dell’Arco, Carlo Strinati. E arrivano le esposizioni, il successo di vendite, l’incontro con gli scrittori. Con Sciascia, con Onofri, con Tabucchi e con gli editori come Adelphi, Giunti, Feltrinelli, Bompiani (senza contare le operazioni pirata), che mettono in copertina le sue stanze, i suoi limoni, le sue donne allo specchio, le sue bagnanti.
Come passa il suo tempo libero a Roma un pittore?
«È pochissimo, ci sono le scadenze da rispettare».