Il gusto del dialogo con chi la pensa diversamente

(...) della Regione Claudio Burlando. E, ovviamente, ho detto di sì anche a lui: un po’ perchè Burlando - pur sapendo che lo attacchiamo un giorno sì e l’altro pure, anche più volte al dì - è sempre stato corretto con il Giornale. Un po’ perchè il terzo interlocutore è Franco Monteverde, caporedattore di La Repubblica-Il Lavoro, un altro con cui spesso la pensiamo diversamente, ma che è un ottimo giornalista e una persona perbene. Un po’, infine, per il tema: si parlerà di quanto può pesare l’astensionismo alle regionali e, trattandosi di un tema che ho lanciato proprio io su queste pagine e su cui potete leggere parecchi interventi qui sotto, mi solletica moltissimo.
Allo stesso modo, ieri sera, a Piazza Elezioni, ospite di Franca Brignola a Telegenova, ho avuto il piacere di confrontarmi, a tratti anche di scontrarmi, con due esponenti del Pd che stimo come il segretario regionale Lorenzo Basso e il medico Walter Ferrando. Con cui si può dissentire su un punto o su tutto, ma con cui il confronto è assolutamente civile, costruttivo e porta a risultati positivi. Come, ad esempio, la legge di Basso sul rientro dei cervelli in Liguria, approvata in modo bipartisan dal consiglio regionale.
E qui c’è il bello del dialogo. I monologhi e i monologhisti, coloro che pensano di avere sempre la verità in tasca, non fanno crescere nessuno. Il confronto arricchisce sempre. Anche per avere più argomenti per confutare quelli di chi la pensa diversamente.
So benissimo che non tutti condividono questo ragionamento. E c’è sempre qualcuno (raramente lettori del Giornale, spesso non lettori del Giornale) che, di fronte a un confronto e ad alcune scelte editoriali, come la pubblicazione integrale di ogni precisazione e puntualizzazione (caso unico nel panorama genovese e ligure), storce il naso accusandoci di troppa generosità. O, addirittura, di komunismo! con la kappa.
Molto più semplicemente, si chiama essere liberali. Si chiama essere democratici, con la minuscola. Si chiama rispettare le idee di tutti, ovviamente senza rinunciare alle proprie e senza uniformarsi al pensiero dominante. Ed è l’unico modo in cui siamo capaci di fare i giornalisti.
L’altra sera, al Rotary di Savona, una nostra gentilissima lettrice, con cui parlare era un piacere, mi ha definito «moderato». Credo che non potesse farmi complimento più bello.
Qui al Giornale siamo (o, almeno, tentiamo di essere) quella roba lì. Che è rivoluzionaria.