Guzzanti senior, show su Prodi: «Ecco il Professore predatore»

Mimmo Di Marzio

Le vie della satira sono infinite e anche quelle della famiglia Guzzanti. Così mentre la figlia Sabina imita Berlusconi con una maschera bifronte di cartapesta e l’altro figlio Corrado interpreta Tremonti mentre cerca di far quadrare i conti dell’Italia davanti ad una slot machine, ora anche il padre Paolo ha deciso che la politica fatta sul palcoscenico qualche volta può essere più efficace che nelle aule parlamentari. E allora per una notte romana di mezza primavera, il senatore azzurro decide di smettere i panni di presidente della commissione Mitrokhin per mandare in scena un monologo intitolato «Prodezze proditorie di un prodigioso predatore».
Dall’allitterazione, oltre che per motivi di bandiera, il bersaglio della pièce è evidente, a dispetto di una tendenza comune a considerare la satira esclusivo territorio dell’opposizione. E se il senatore può vantare a pieno titolo lo chassis di «padre d’arte» («anche se una certa vena ironica in famiglia l’avrò trasmessa anch’io...»), la caricatura del Professore pare essergli scaturita spontanea dalle centinaia di sedute trascorse ad argomentare sui suoi voli pindarici tra dossier del Kgb e sedute spiritiche su Aldo Moro, tra i segreti di «Nomisma» all’affaire Telekom Serbia.
Ma, ci tiene a precisare, il one-man-show presentato domenica scorsa al teatro Rossini, va al di là della satira politica comunemente intesa e «che è già storia nota». Il parlamentare preferisce attribuirsi la paternità del primo esempio di comizio satirico, ovvero: non servono pittoresche invenzioni quando la realtà è in grado di superare qualsiasi comicità, se raccontata fino all’ultima goccia. Così, in un’ora e mezza di assolo e con l’unico supporto scenico di un tavolino e una bottiglia, Guzzanti è riuscito a intrattenere 180 spettatori saltellando sulle avventure «prodigiose» del leader dell’opposizione, ora impegnato con il piattino che indica spedito «via Gradoli» (il covo dei sequestratori di Moro, ndr), ora a tifare per il golpe d’agosto contro Gorbaciov, ora a nascondere il dossier infarcito di spie italiane al soldo di Mosca.
Pura cronaca, giura il senatore, ma raccontata con un florilegio di gag, aneddoti e, buon sangue non mente, gustose imitazioni. Del «Professore», in primis, mentre è proditoriamente trascinato dalla tazzina e tenta poi di spiegare che fu davvero un fantasma a rivelargli la prigione delle Br. Ma non solo. La verve di Guzzanti non risparmia l’ex presidente della Repubblica Cossiga mentre in emiciclo regala a D’Alema un bambino di marzapane («la storia dei comunisti che mangiavano i bambini parte da un fatto storico dell’ex Unione sovietica»), e ancora gli anatemi di Eugenio Scalfari, le analisi cervellotiche dei giornalisti stranieri mentre scommettono su Berlusconi, un redivivo Stalin con la voce di Alberto Sordi.
Il pubblico («molti vicini al partito ma non solo») ride e applaude. Manco un fischio («qualcuno lo temevo visto il clima elettorale e visto che il teatro era aperto a tutti»). Così, tra una battuta e un aneddoto (come l’intervista a Prodi del 1991 un cui il Professore definisce la perestrojka un fallimento), Guzzanti scopre che la politica sul palcoscenico è più divertente e serve pure a sdrammatizzare i toni, cosa che in Italia non guasta. Sul futuro di una possibile tournée, chissà: «Ma due direttori teatrali mi hanno già telefonato».