Guzzardi: "Così salviamo l’artigianato della nautica"

I maestri d'ascia. L’associazione «Storia di barche» nata
per preservare i capolavori del passato  

Michele C. di Brienza

Roberto Guzzardi è un carpentiere navale di Pieve Ligure, erede della tradizione dei mastri d’ascia, un antico mestiere in via di estinzione. È anche presidente dell’associazione «Storia di barche» che preserva le tecniche di costruzione dei vecchi modelli di imbarcazioni.
Ci spieghi come nasce l’associazione?
«Ci ha animato un atteggiamento di conservazione dell’artigianato nautico. Gli inizi sono stati impegnativi. Strada facendo e intervistando altri mastri d’ascia anziani, come Giuseppe Bozzi, era interessante raccogliere gli aneddoti della loro attività, quello che sapevano e quello che facevano. Abbiamo avuto l’idea di cimentarci nella conservazione di alcune barche in legno, pezzi di piccola storia locale che si stavano perdendo. Agostino Bianchi, detto il Lallo, e Gaetano Giorgetti sono stati i due mastri d’ascia che si sono raccontati affinché la loro arte non scomparisse».
E voi avete imparato rubando tutti i segreti...
«Abbiamo raccolto foto, documenti, interviste e materiali di un certo interesse. Poi abbiamo deciso di iniziare con un gozzo e di ripararlo senza sapere bene quello che facevamo. Doveva essere un lavoro breve, ma ci siamo resi conto una volta tolta la vernice che il legno era marcio. Era completamente da rifare. Quest’anno il Biancamaro, questo il nome del gozzo, compie 100 anni. Da lì abbiamo coinvolto il Lallo e un boscaiolo nel tentativo di selezionare il legno adatto per il fasciame e l’ossatura. Quest’esperienza ci ha portato in un mondo che stava scomparendo, fatto di luoghi, di persone e di abilità».
Avete fatto delle regate con il gozzo Biancamaro?
«Sì, parecchie, non ricordo quante, comunque tante. Inoltre abbiamo anche esposto il Santa Caterina al “Galata”, il Museo del Mare. È una barca che abbiamo costruito molto dopo, nel 2005. Il restauro del Biancamaro risale invece al 1995. Questa barca è lunga 4,75 metri e pesa 450 chili. Non è una barca grande, ma comunque abbiamo impiegato un anno e mezzo per restaurarla. È davvero un bel gozzo. Poi abbiamo contattato un velaio perché volevamo armare la vela. Si tratta di un vecchio velaio genovese: ci ha insegnato come fare la vela alla maniera antica, in un sottotetto. Con la finitura non moderna, quindi, ma con gli anelli cuciti a mano, i rinforzi in cuoio, l’impalmatura che è un punto particolare di finitura. Se il restauro fosse stato semplice non sarebbe nata nessuna associazione».
Ecco appunto. Com’è nata l’idea di creare un’associazione per la promozione delle vecchie barche?
«Le racconto un breve un antefatto. Anni fa abbiamo conosciuto dei mastri d’ascia collaborando con un architetto navale genovese per organizzare una mostra di barche. Fu lui a indirizzarmi alla carpenteria navale. Facemmo la locandina di questa mostra prendendo spunto da un varo a Voltri. In una delle foto che avevamo usato, il mastro d’ascia di Voltri riconobbe suo padre e allora venne a cercarci per raccontarci la sua attività. Sempre grazie a questa mostra un altro mastro d’ascia del Ponente ligure ci ha chiesto di andarlo a trovare per mostrarci il materiale e i disegni di barche. Insomma, ne voleva parlare».
Quante barche avete costruito?
«Quattro modelli diversi tra cui uno bretone (una lancia a vela, un dory per la pesca al merluzzo, tre lance bretoni a fondo piatto dotate di vela, un gozzo cornigiotto armato a remi e a vela). Sono tutte nella sede dell’associazione nello scalo ferroviario dismesso di Pieve Ligure messo a disposizione dal Comune. Inoltre porprio lì abbiamo la biblioteca e il laboratorio».
Quello del mastro d’ascia è sempre stato un mestiere affascinante, ma ricco di segreti...
«Beh, segreti fino a un certo punto. Dico questo perché, soprattutto in Liguria, c’era tanta gente in grado di costruire delle barche. Era un mestiere come un altro. Si andava in cantiere a lavorare il legno o si andava in fabbrica. Oggi tutti sanno usare il computer mentre un tempo era più facile trovare qualcuno che sapesse usare la pialla, curvare il legno, cambiare l’ossatura di una barca. Con il tempo questa manualità va scomparendo».