Ha bisogno di un rene La nonna: "Prendete il mio"

Torino, l'operazione sul ragazzo di 18 anni è perfettamente riuscita. E anche la donatrice stoa bene. E' il primo intervento di questo genere. Pierluisa Bianco, 70 anni, non ha mai avuto dubbi o timori

Torino - Una premessa forse arida, prima di lasciare parlare il cuore. Ora ci sarà senz'altro chi si soffermerà sulla tecnica operatoria in laparoscopia, quindi non invasiva. Altri sottolineeranno il perfetto funzionamento della «macchina chirurgica» - 12 tra medici e anestesisti più 24 assistenti di sala - che nell'arco di poco più di un mattino ha reso cosa possibile, «terrena», ciò che invece agli occhi di chi ha il cuore in pena o semplicemente non indossa un camice, appare come un piccolo grande miracolo. Infine qualcuno, statisticamente scrupoloso, ricorderà come quello portato a termine ieri con successo all'ospedale Molinette di Torino sia stato un intervento di fatto pionieristico: il primo in Italia del genere, in quanto reso unico da quello che gli addetti ai lavori chiamano «salto generazionale». Ovvero con un rene donato da una nonna settantenne al nipote poco più che diciottenne.

Tutte considerazioni vere, quelle fatte sopra. Così come giusto e sacrosanto è che su tutte queste stesse cose qualcuno si soffermi, che altri le sottolineino e che altri ancora statisticamente le incasellino. Ma per chi il camice non lo indossa; per chi ieri si trovava lì, in quel corridoio di ospedale; per chi ha potuto scrutare sguardi gonfi di emozione e raccogliere parole inevitabilmente inadeguate a descrivere tutto ciò che rimane invece inespresso, a battere e a pulsare forte forte dentro il petto; per chi ha scritto queste righe con gli occhi un po' umidi e un gioioso groppo fermo in mezzo alla gola - no, non me ne vergogno affatto! - la storia da raccontare è invece tutta un'altra.

È senza dubbio la storia di un amore senza aggettivi, dato che nessun aggettivo sarebbe in grado di contenerlo. È anche la storia di uno di quei regali che danno senso pieno e compiuto alla frase di circostanza che «è stato fatto col cuore» (un senso così pieno e compiuto da renderla al tempo stesso inutilizzabile in altre e più banali occasioni). Ma è innanzitutto la storia di una vivace, iperattiva e combattiva nonna torinese, Pierluisa Bianco, settant'anni il 18 luglio prossimo, rimasta vedova all'età di 36 anni e mai risposata. La storia sua e del suo nipote diciottenne, Michele, afflitto fin dalla nascita dall'ossalosi, una malattia metabolica che provoca l'accumulo di aminoacidi a livello epatico e renale; che detto così è solo una diagnosi, mentre se letto con il cuore è un dramma inaccettabile. Ed è quindi questa - la loro - la storia che è doveroso raccontare.

Ieri nonna Pierluisa non poteva ancora parlare, intubata e ancora intontita dall'anestesia. Ma la sua voce ci è arrivata comunque forte e chiara attraverso le parole e negli occhi della figlia, Carlotta Marchiaro, mamma di Michele.

«Che problema c'è? Ci penso io, glielo do io», si era offerta subito due anni fa nonna Pierluisa, tappando sul nascere la bocca a chi avesse osato anche soltanto pensare che lei fosse troppo vecchia per farlo. Quella maledetta patologia genetica si era infatti risvegliata facendo ripiombare la famiglia Marchiaro - oltre a nonna e mamma, ci sono papà Sergio e i fratellini gemelli dodicenni, Alessandro e Francesco - nella stessa angoscia di quando il piccolissimo Miki, a solo 4 anni, era stato operato a Bruxelles dopo 14 interminabili mesi in lista d'attesa. «Doppio trapianto, rene e fegato, con organi prelevati da cadavere», racconta la mamma. Aggiungendo però come «Michele abbia sempre e comunque fatto una vita normalissima, viaggiando e studiando. Non lo abbiamo mai fatto sentire un malato. Giovedì, poco prima di entrare in ospedale, ha preso la patente. E dopo il diploma alla scuola americana, dove ha svolto l'intero corso di studi, dall'asilo al liceo, si è iscritto alla Bocconi di Milano, riuscendo a dare due esami poco prima del ricovero», aggiunge orgogliosa senza dimenticare di ricordare anche l'intenso impegno sportivo del figlio, dal golf allo sci.

Sì, brillano gli occhi d'orgoglio, a mamma Carlotta, nel raccontare queste cose. E le ridono di gioia, quando i medici le assicurano che Michele ha superato perfettamente l'intervento perché quel rene nuovo, carne della stessa carne - vorrà dire qualcosa? - ha iniziato a funzionare immediatamente dopo l'impianto. Ma le si inumidiscono di commozione nel raccontare il dono di sua mamma. «Il più grande che si possa fare», commenta il marito. «Due anni fa, quando si è ripresentato il problema, ci eravamo sottoposti tutti e tre agli esami del caso, come possibili donatori». Ma pare proprio che qualcuno, lassù, abbia ascoltato il cuore, le parole e l'immediata offerta di nonna Pierluisa. «Perché 15 giorni fa i medici ci hanno annunciato che il rene migliore, quello più adatto al trapianto perché sano al 100%, in perfetta salute, era proprio il suo. Noi, io e mio marito - aggiunge ora, quasi ridendo, Carlotta - saremmo stati le eventuali ruote di scorta. Sì, ruote di scorta, ci hanno detto proprio così».

Nonna e nipote, la notte prima dell'intervento, l'hanno trascorsa insieme, uno accanto all'altro, nella stessa stanza, cercando ogni tanto di sfiorarsi l'un l'altro con le mani e scambiandosi frasi d'amore che non hanno avuto bisogno di parole. «Mamma mi ha detto che sentiva Michele un po' agitato. Ma lui stamattina, prima di entrare in sala operatoria, mi ha confessato che no, che la verità era un'altra, che la colpa della sua insonnia era invece della nonna, che russava». Russava tranquilla, lei, prima di quella pratica da sbrigare. Tranquilla, perché l'amore di una nonna può più di mille Tavor.