Ha confessato il killer di Grottaferrata: «Volevo uccidere il figlio, mio ex amico»

Risolto il caso della coppia freddata a revolverate in casa: è stato un vicino

Alessia Marani

da Roma

«Sono stato io. Volevo uccidere Matteo. È lui tutta la causa dei miei problemi». Ha confessato nella notte Claudio Valerio Amorosetti, il vicino di casa dei coniugi Cerrini, Marco e Rossana, di 61 e 60 anni, uccisi a revolverate giovedì sera sull’uscio della loro villetta di Grottaferrata, vicino a Roma. Matteo, 26 anni, coetaneo di Claudio, è il figlio della coppia. I due sono cresciuti assieme, compagni di giochi nell’infanzia e di scuola al liceo scientifico. Poi i primi screzi, una ragazza «contesa», l’impressione così forte fino a farsi ossessiva per Claudio di essere escluso dall’amico, persino deriso, di apparire sempre meno brillante anche di fronte agli altri. «Matteo - ha ammesso il ragazzo davanti ai carabinieri del maggiore Attilio Auricchio negli uffici del Nucleo operativo provinciale - era la causa dei miei continui mal di testa, di quelle opprimenti emicranie che non mi facevano più vivere. Io volevo colpire lui, l’ho cercato quella sera. Non c’era, i genitori non mi volevano fare entrare. Allora ho sparato». Quattro proiettili a bruciapelo contro l’uomo, un unico letale sulla donna, entrambi freddati all’istante. Un profondo disagio psichico, dunque, sarebbe alla base dell’incredibile gesto che all’inizio, vista la condizione precaria dell’attività imprenditoriale di Marco, grossista d’abbigliamento, aveva fatto pensare a un feroce quanto spropositato regolamento di conti in affari. «Ogni tanto Claudio andava da uno psicologo - confermano alcuni conoscenti - ma non aveva seguito alcuna terapia specifica. Giusto qualche chiacchierata con lo specialista, insomma, come accade a tanti. Certo era solo, taciturno e inquieto. Forse nessuno aveva capito realmente quanto stesse male». Di sicuro, al «Flowers Village» il comprensorio di 6 villette monofamiliari e 20 villini di via del Sentiero del Bosco sulle colline dei Castelli Romani dove Cerrini e Amorosetti abitavano a 30 metri di distanza, nessuno aveva davvero capito che il pensiero fisso di Claudio negli ultimi tempi era quello di «punire Matteo». «Di fargli provare lo stesso lacerante dolore - come spiegano gli stessi inquirenti - che piano piano aveva devastato Claudio». E di sicuro non l’aveva capito Armando, il padre dell’omicida.
Separato dalla moglie, trasferitosi a Roma con la nuova e più giovane compagna, nell’abitazione di Grottaferrata (dove risulta ancora residente) aveva lasciato in un teca blindata la sua collezione d’armi. Una decina fra pistole e fucili, compresa una Smith&Wesson compatibile con la calibro 38 del delitto. Giovedì, Claudio che sapeva dov’erano le chiavi, ne ha afferrata una, l’ha nascosta sotto il giubbetto e alle 20.30 ha suonato al campanello dei Cerrini. «Matteo non c’è, inutile che lo cerchi», gli risponde il padre sulla porta. Dietro di lui, in ingresso la moglie. Ci aveva già provato il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano Claudio a «cercare» Matteo. Anche quella volta era armato e il proposito assassino era stato lucidamente rinviato. Un po’ di tempo prima l’aveva anche picchiato. L’assassino venerdì mattina è uscito di casa intorno alle 10 quando il comprensorio era già assiepato da carabinieri e giornalisti. Sereno e col sorriso sulla bocca ha salutato un ragazzino e a bordo della sua 500 si è recato nel bar-centro benessere di via delle Coppelle (dietro al Pantheon) di cui il padre è socio, a lavorare come barista. «Dovevamo prenderlo a verbale - dicono gli investigatori - intorno alle 19.45 siamo andati a prelevarlo». Claudio sale in auto, non dice una parola, non fa resistenza. Non ha un alibi: è andato a dormire da solo quella sera verso le 9. Dalla banca dati risulta, poi, che in casa sua ci sono delle armi regolarmente denunciate. In nottata la confessione. Una sorta di liberazione. Ormai aveva ottenuto quel che voleva: far soffrire il suo amico-nemico.