«Ha fisico e ironia giusti è un potenziale attore nato»

Roma«Guardi, Gerry Scotti è un potenziale attore nato, ha il fisico simpatico, sovrappeso, potrebbe benissimo incarnare uno dei miei timidoni o complessati. Mi sembra dotato di un forte senso dell’autoironia. Probabilmente sì, al cinema funzionerebbe. A patto di non esagerare con questa nostra provocazione. Fra gli attori televisivi un Silvio Orlando io non lo avrei mai trovato». Da Assisi, dove è protagonista della rassegna «Primo piano sull’autore», Pupi Avati dice la sua sull’ultima moda dei personaggi tv: il salto dal piccolo al grande schermo. Simona Ventura fa La fidanzata di papà e sogna il remake di A qualcuno piace caldo con Boldi & De Sica riuniti. Ma prima di lei in tanti si sono fatti ammaliare dalle sirene del cinema: Vanessa Incontrada, Neri Marcoré, Ezio Greggio (proprio con Avati), Fabio Volo, Paolo Bonolis, Giorgio Panariello...
Come se lo spiega?
«Magari c’entra il bisogno di nobilitarsi. Il cinema lascia traccia di sé, mentre la tv, per molte ragioni e grazie a Dio, no. Chi fa Carabinieri 6 è cancellato da Carabineri 7. La tv non permane nel tempo. I suoi divi pure: sono personaggi con la scadenza, specie i comici. Capisco quindi l’ambizione, forse anche un po’ ingenua, di riscattare una carriera vissuta nell’accattonaggio dell’ascolto, senza particolare schizzinosità. Andare a Venezia, provare l’ebbrezza del festival... C’è un salto di categoria, l’ampliamento nei riguardi di un possibile futuro. Un attore che si è accreditato in un ambito artistico diverso, può giovarsene».
Che cosa ha imparato dirigendo attori di estrazione tv?
«Per loro è più facile transitare dal comico al drammatico. In genere l’attore brillante è portatore di colori e timbri che ben sopportano il passaggio. Raro il percorso inverso. È successo al Gassman dei Soliti ignoti. Io ci provo con Luigi Lo Cascio nel mio nuovo film. Ma non è facile. La comicità attiene a un talento peculiare, può svanire nel tempo. L’attore serio rimane efficace anche nella seconda o terza parte della sua vita».
Marcoré, Incontrada, Greggio: com’è andata?
«Con Neri e Vanessa mi sono sentito demiurgo al cento per cento. Dovevano affidarsi ciecamente a me. Una volta capito il meccanismo, li ho lasciati andare da soli. Non capita sempre, ma non farò nomi. Anche con Greggio tutto bene: è una persona disciplinata e umile, e siccome era fuori contesto ha imparato ad ascoltare gli altri. Il segreto è tutto lì».
Prenderebbe mai la Ventura?
«Non sono troppo incuriosito. Nel film con Boldi fa qualcosa non troppo distante da lei, una manager con gli stereotipi messi in campo. Il mio cinema ha molto più a che fare con il verosimile, la sottorecitazione. Francamente non so se saprei contenere una persona così esuberante».