«Ha lasciato sola Elu, vivrà nel rimorso»

Dottor Stefano Biasioli, lei è il presidente del Coordinamento medici ospedalieri. Fino a poche ore prima della morte di Eluana, ha rivolto parole durissime contro Beppino Englaro. Oggi è pentito per i toni usati in quelle critiche?
«Alla famiglia Englaro faccio le condoglianze. Ma non dimentico che Eluana è morta da sola, senza che i suoi cari le stessero accanto. Credo che Beppino vivrà nell’abisso del rimorso».
Lei sostiene che «papà Englaro abbia voluto spettacolarizzare la vicenda della figlia». Lo conferma anche oggi che Eluana non c’è più?
«Sì. Anzi, aggiungo che il signor Englaro - dietro la sua apparente durezza - si è mostrato un uomo molto fragile».
Non crede che Beppino, al di là delle diverse opinioni sul «caso Englaro», meriti rispetto?
«Va detto con chiarezza che Beppino Englaro non è un eroe».
Non sarà un eroe, ma è certamente un uomo coraggioso.
«No. Se avesse davvero avuto coraggio si sarebbe comportato in modo diverso».
Cioè?
«Durante gli ultimi 17 anni avrebbe potuto portarsi la figlia in casa e risolvere, tra le mura domestiche, il dramma esistenziale di Eluana».
Forse non l’ha fatto per rispettare le leggi dello Stato italiano in tema di eutanasia.
«Non è così. Centinaia di famiglie ogni giorno fanno in privato ciò che Beppino si è sempre rifiutato di compiere».
Lei accusa il signor Englaro di non aver trovato il coraggio di uccidere Eluana?
«La verità è che il padre di Eluana ha affidato a terzi - attraverso un omicidio programmato - ciò che non ha avuto la forza di fare in prima persona».
Il signor Englaro ha cercato di seguire un percorso di legalità, rivolgendosi a politici, magistrati e medici.
«Il mio sospetto è che invece sia stato strumentalizzato da chi si batte per l’introduzione dell’eutanasia».
Su cosa basa questa convinzione?
«Beppino Englaro ha atteso un decennio per rivelare la dubbia volontà della figlia contro un possibile accanimento terapeutico».
Ma se lei avesse una figlia nelle condizioni di Eluana, si esprimerebbe in questo stesso modo?
«Sì. Perché io credo che unico dovere di un medico sia curare il prossimo, non farlo morire. Il medico non può essere un boia, ma il fedele esecutore del giuramento di Ippocrate».
Non crede che nel caso Englaro ci siano enormi responsabilità politiche?
«La politica ha le sue colpe».
Quali?
«Innanzitutto non aver legiferato sull’accanimento terapeutico e sul testamento biologico».
E poi?
«Aver pensato di scaricare sui medici - che cercano di salvare le vite - il compito di decretare la morte dei soggetti in coma o in stato vegetativo. Infine non aver stabilito che l’eutanasia è un omicidio».
Non tutti la pensano così.
«Questo è un Paese che ha scelto di non volere il nucleare ma nulla ha deciso sui temi essenziali della vita».
È l’eterna lotta tra stato etico e stato religioso.
«Dobbiamo decidere. O si toglie dalla Costituzione la tutela della persona, comunque vivente, oppure quella persona la si tutela sempre e dovunque, soprattutto se indifesa, perché incapace di esprimere le sue volontà».
C’è una terza strada: quella del libero arbitrio.
«Certo, ciascuno di noi può decidere di darsi la morte o di lasciarsi morire, ma non ci risulta che il suicidio o il tentativo di suicidio siano atti civilmente e penalmente accettabili».