Ha la mappa degli evasori: "Vuoi vendicarti? Tassali"

Edoardo Serra, ingegnere informatico, crea un’applicazione per segnalare col telefonino chi non rilascia scontrini, ricevute e fatture: già scoperti 4 milioni sottratti al fisco

Se non avete tempo di andarvela a vedere su Internet, all’indirizzo Tassa.li (scritto così, senza altre appendici), immaginate la carta sismica di un’Italia squassata da 26 terremoti contemporaneamente. I più gravi hanno per epicentro Milano, Roma, Torino, Bologna, Venezia, Napoli e sono contrassegnati in rosa shocking. Gli altri, a decrescere su un’immaginaria scala Mercalli, in rosso, giallo e blu. Le scosse telluriche si propagano dalle grandi città ai piccoli centri. Con cadenza regolare lampeggiano qui e là messaggi di pericolo: «Bar e ristoranti, Cosenza, euro 2,30» oppure «Negozi, Foligno, euro 21». Ognuna di queste segnalazioni diventa un puntaspilli rosso su vie e piazze dello stradario cittadino. Uno sciame sismico incessante, fatto di continue violazioni delle norme tributarie.

È davvero impressionante il software per mappare l’evasione fiscale in Italia, almeno quella spicciola, messo a punto da Edoardo Serra, 28 anni il prossimo 13 febbraio, ingegnere informatico laureato al Politecnico di Torino, figlio di un chirurgo e di una psicologa entrambi da poco in pensione. Basta un cittadino munito di cellulare, o di un computer, per denunciare in tempo reale e in forma anonima la mancata emissione di scontrini, ricevute fiscali e fatture. Ovviamente restano anonimi anche i reprobi - baristi, ristoratori, negozianti, parrucchieri, idraulici, elettricisti, medici e via eludendo - ma non i loro indirizzi e, soprattutto, l’ammontare delle loro malefatte: dal 1° giugno 2011 e fino a mezzogiorno di ieri, sabato 28 gennaio, su Tassa.li risultavano 23.716 denunce, per un’evasione complessiva pari a 4.040.784,35 euro.

Assunto da poco alla Apple nella sede di Parigi, ma destinato dal 2013 alla casa madre di Cupertino, in California, Serra ha inventato un’applicazione gratuita che funziona sia sull’Iphone sia sui cellulari con sistema operativo Android (Htc, Samsung, Motorola, Lg, Sony, Alcatel, Nexus One) e presto sarà disponibile anche per Blackberry, Nokia e Windows. Sempre alla data di ieri, l’avevano già scaricata oltre 30.000 persone, circa la metà dei quali, per l’esattezza 13.943, la adoperano abitualmente. Il funzionamento è di una semplicità disarmante, tale da prestarsi a usi fuorvianti che, come vedremo più avanti, l’ingegnere torinese è però riuscito a contenere, se non a sventare del tutto. In pratica l’utente digita l’importo del documento fiscale che non gli è stato rilasciato, sceglie la tipologia dell’evasore fra quattro categorie (bar e ristoranti, locali notturni, servizi, negozi) e clicca su invia. Poiché l’applicazione è in grado di rilevare la posizione del telefonino, il server di Tassa.li individua il luogo da cui è partita la denuncia e lo segna in automatico sulla carta geografica, col relativo importo. Chi invece utilizza il sito internet, deve indicare l’indirizzo esatto - non viene memorizzato: serve solo per le coordinate - dell’esercizio commerciale o del professionista infedele.

Serra ha concepito l’applicazione come una sorta di rivincita sociale, tant’è che ha voluto a tutti i costi registrare il sito nel Liechtenstein, nonostante si tratti di un paradiso fiscale, solo per poter disporre del suffisso «.li», trasformando così l’indirizzo web in un imperativo categorico rivolto idealmente all’implacabile nemico degli evasori che si annida in ciascun cittadino: «Tassali». Ci manca solo il punto esclamativo. «A 19 anni aprii a Torino la Webrainstorm, una società di consulenza informatica. Ricordo il giorno che versai le prime tasse, 1.000 euro, col modello F24: ero orgoglioso di farlo, mi sentivo italiano. Poi, andando avanti, capii di essere un caso raro. Lavoravamo per il 99 per cento con aziende, molte delle quali preferivano servirsi di concorrenti che erano più competitivi di noi perché non rilasciavano la fattura. Alla fine, versate tutte le imposte, mi restava in tasca uno stipendio oscillante fra i 1.000 e i 2.000 euro mensili. A metà dell’anno scorso ho preferito vendere l’azienda e cercarmi un posto in Apple come ingegnere del software».

Ho capito. S’è vendicato con Tassa.li.
«Non proprio. Voglio solo dimostrare che l’anello debole del fisco è rappresentato dalle transazioni fra privato e azienda. Il primo non ha alcun incentivo a chiedere scontrini, ricevute e fatture; la seconda ha tutto l’interesse a offrire forti sconti pur di nascondere il reddito. Insomma, entrambi beneficiano dell’evasione. Ed è un po’ dura convincere il cittadino, che magari col suo stipendio non arriva a fine mese, a pagare il 21 per cento in più di Iva quando si rivolge al meccanico».

Avete fatto un calcolo per stabilire l’ammontare annuo delle imposte che si potrebbero recuperare se vi arrivassero segnalazioni da tutti gli italiani?
«In 238 giorni gli utenti di Tassa.li hanno denunciato in media 441 euro di evasione a testa. Considerato che gli italiani dai 15 agli 85 anni, cioè quelli che di solito maneggiano gli scontrini, sono 50 milioni, applicando lo stesso valore si arriva a oltre 22 miliardi di incassi non dichiarati al fisco».

A quale categoria va la palma dell’imbroglio?
«Per il numero di casi accertati, va senz’altro a bar e ristoranti, con 13.640 segnalazioni, seguiti da negozi con 4.049, servizi con 3.828 e locali notturni con 1.223, dati aggiornati a venerdì 27 gennaio».

Un dirigente delle Coop mi ha confessato che quando l’idraulico gli chiede «90 euro senza fattura o 120 con fattura», lui gliene dà 90 in nero senza fiatare perché ritiene che il furbastro rilasci le fatture compilandole su bollettari fiscali fasulli, per cui evaderebbe anche sui 30 euro incassati in più.
«Nulla di più facile. Mi sono interrogato a lungo su questa propensione collettiva: perché l’Italia non paga le tasse e invece la Francia, dove lavoro adesso, le paga?».

Che risposta s’è dato?
«Una sola: i francesi hanno un orgoglio nazionale che noi non abbiamo. Penso che un po’ di colpa sia dei giornalisti. Se invece di occuparsi solo di casta, di sprechi, di autoblù e di scandali, ogni tanto scrivessero anche che abbiamo la sanità migliore d’Europa, forse del mondo, magari il cittadino capirebbe che le tasse servono a salvargli la vita. E lo lasci ben dire a me, che nella civilissima Francia sono costretto ad avere una previdenza privata integrativa, pagata dall’azienda, per poter usufruire di un’assistenza sanitaria adeguata».

Quali sono le città dove l’evasione è più diffusa?
«Se si combina il numero delle segnalazioni con la somma degli importi evasi, in cima alla classifica troviamo Roma, Torino, Milano, Bologna, Napoli, Firenze, Palermo, Padova, Venezia, Genova, Bari, Catania, Cagliari, Verona, Modena. Ma, analizzando i dati nel dettaglio, si scoprono primati negativi impressionanti: mentre l’evasione media nella capitale è di 127 euro per ciascun documento fiscale non rilasciato, a Ruinas, con appena 2 segnalazioni, è di 9.950 euro; a Samugheo, con 6, è di 9.720; ad Alcamo, con 12, è di 7.590; a Corato, con 15, è di 6.611; a Formello, con 8, è di 6.253; a Spilimbergo, con 8, è di 6.147; a Motta di Livenza, con 9, è di 5.564; a Curtatone, con 2, è di 5.059. Da Cortina d’Ampezzo solo 4 segnalazioni, con evasione media inferiore a Roma: 108,50 euro».

La maglia nera a che regione va?
«Al Veneto, con 547.720 euro evasi, e alla Lombardia, con 501.174. Nel primo caso la media è di 284 euro per scontrino, ricevuta o fattura non emessi; nel secondo è di 117. Ma tutti questi dati andrebbero rapportati al numero di utenti di Tassa.li presenti nelle singole realtà locali. È ovvio che sfuggono a queste statistiche i grandi e piccoli evasori delle città dove abbiamo meno antenne».

Chi gestisce Tassa.li?
«Siamo in sei amici, che gli dedicano un’ora al giorno: oltre a me, Riccardo Triolo, Ciro Spedaliere, Matia Gobbo, Nicoletta Donadio e Bruno Bellissimo. Tutti volontari. Niente pubblicità, nonostante sia cliccatissimo: snaturerebbe l’iniziativa».

E chi paga, allora?
«Noi. Una colletta di 100 dollari al mese per il server, che si trova negli Stati Uniti perché là costa meno affittarlo».

È un caso che dopo aver creato l’applicazione Tassa.li per Iphone lei sia stato assunto dalla Apple?
«Sì, un puro caso. Ceduta la mia azienda, ho cercato lavoro in Italia, ma purtroppo, e sottolineo purtroppo, non ho trovato nulla di stimolante. Allora ho esteso la ricerca oltre confine. Sono venuto a conoscenza di questa posizione in Apple, ho inviato il curriculum e sostenuto dieci colloqui. È andata al primo colpo. Il mio Paese mi aveva indotto a dubitare delle mie capacità. Non appena ho ampliato gli orizzonti, ho avuto le conferme che speravo. Anche Francesca, la mia ragazza, era già stata costretta quattro anni fa a emigrare a Parigi, dove ha trovato posto come internal auditor in una multinazionale. Sono stato l’ultimo dei miei amici ad andarmene. Spero tanto che l’Italia mi dia in futuro l’opportunità di tornare».

Ho provato a scaricare l’applicazione. Mi sembra ad alto rischio di bufale. Chi vi garantisce che qualche esagitato non digiti importi a casaccio?
«Abbiamo previsto limiti e controlli. Non posso dire quali, altrimenti verrebbero aggirati. Dovendo tutelare la privacy, è chiaro che non possiamo identificare l’utente. Ma il cellulare sì. E in caso di abusi lo possiamo bloccare. È già accaduto».

A me è andata liscia. Per testare l’affidabilità di Tassa.li, il 19 gennaio, alle ore 16.03, ho portato il totale da 3.285.765,36 euro a 3.285.767,00 denunciando il mancato rilascio di uno scontrino da 1,64 euro in un bar di Verona. Vada a controllare. Peccato che fosse un’evasione inventata. Subito dopo avrei potuto far aumentare il totale delle presunte evasioni di 100.000 euro.
«Lo escludo. Ripeto: abbiamo previsto limiti e controlli. Ma sulle cifre esigue un margine d’incertezza resterà sempre».

Non teme che uno strumento siffatto possa fomentare l’odio sociale?
«Tassa.li ha solo uno scopo statistico. Riceviamo molte e-mail di congratulazioni. Un dirigente dell’Agenzia delle entrate voleva farci indicare il nome dell’esercente disonesto, quasi che fossimo un organo di polizia. Un maresciallo della Guardia di finanza ci ha fornito suggerimenti. Una funzionaria del Comune di Ferrara ci ha chiesto un database in modo da aumentare le provvigioni versate dallo Stato a quegli enti locali che individuano gli evasori».

Alcuni utenti segnalano le mancate emissioni degli scontrini perfino all’estero: quattro da Mangalia, sul Mar Nero; due da Bielsko-Biala, in Polonia; due da Bucarest, in Romania; uno da Londonderry, in Irlanda. Non avrà aperto un sito per picchiatelli?
«Qualche eccesso di zelo è fisiologico».

Pensa che Tassa.li potrebbe servire allo Stato nella lotta all’evasione?
«Questa guerra non si può vincere solo con i controlli, perché costano molti soldi e il contribuente è convinto che tocchino sempre agli altri. Bisogna invece rendere conveniente la richiesta della fattura, quindi aumentare le detrazioni fiscali e lo scarico di certi costi. Magari all’inizio l’erario vedrebbe diminuire il gettito, ma alla fine porterebbe alla luce il sommerso».

Perché non trasformare gli scontrini in altrettanti Gratta e vinci, con estrazione quotidiana di un premio calcolato sulle tasse recuperate? Tutti gli italiani li pretenderebbero.
«In Cina si fa già: il negoziante deve consegnare il biglietto della lotteria insieme con lo scontrino. In Brasile per ogni scontrino o fattura va registrato il codice fiscale. A fine anno il cliente virtuoso ha diritto a una detrazione sulla denuncia dei redditi in base all’ammontare degli scontrini che ha contribuito a far emettere».

I commercianti ti rifilano il tagliando della pesata al posto dello scontrino fiscale. Basterebbe renderlo identificabile per esibirlo come prova dell’evasione: le Fiamme gialle vanno in negozio e controllano se nel registratore di cassa risulta un incasso di quell’esatto importo a quella determinata ora.
«Anche il preconto nei ristoranti dovrebbe riportare la ragione sociale, così resterebbe traccia dei disonesti che lo spacciano per la ricevuta fiscale. Ho visto un locale con due registratori di cassa: uno vero e uno mai configurato, con una fila di zeri al posto della partita Iva. A seconda dell’avventore, il titolare decideva quale usare».

Lei che reddito denuncia?
«Per il 2011 sarà intorno ai 30.000 euro».

Quale vorrebbe che fosse l’aliquota massima delle tasse?
«Il 30 per cento sarebbe corretto. Si potrebbe pensare a un 35 per i più ricchi. Nei Paesi nordeuropei l’aliquota arriva anche al 45, ma i servizi sociali sono impeccabili».

Come hanno reagito i suoi fornitori alla gogna telematica di Tassa.li?
«Il mio kebabbaro di fiducia, un egiziano che ha il negozio in corso Belgio a Torino, mi ha detto: “Sei un ragazzo molto intelligente”. E mi ha fatto lo scontrino, come sempre. Idem il barista di via Oropa. Io noto che persino chi evade il fisco, magari perché vi è costretto, in cuor suo vorrebbe non farlo più nella speranza che così la situazione dell’Italia migliori».
(580. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it