«Ha ragione Eugenio Scalfari: governo con un leader debole»

Luca Telese

da Roma

Prima riepiloga, con piglio da titolista cronico: «Il vero problema di questi giorni di governo lo riassumerei così: salta subito all’occhio una certa inquietante proliferazione di chiacchiere e di poltrone. Una linea non si è ancora vista. La leadership è debole». Poi sorride: «È troppo?». Fra le penne più raffinate dell’editorialismo della stampa di sinistra, senza dubbio, c’è la sua. Acuminata e meticolosa fino alla pignoleria, maniacale nella documentazione delle proprie tesi e nella citazione delle pezze d’appoggio, implacabile nella perseveranza critica. Claudio Rinaldi, columnist de L’Espresso, saggista e scrittore, ha mandato in libreria solo pochi giorni fa un libro, I sinistrati (l’odissea di Prodi, D’Alema & Co.) - Laterza, 15 euro, 358 pp. - che documenta generosamente questo sforzo critico e che passa ai raggi X le biografie e le opere del gruppo dirigente dell’’Unione. Un manuale sui peccati della seconda repubblica che letto in questi giorni si rivela pieno di lungimiranti premonizioni. Dopo le critiche di Eugenio Scalfari sulla Repubblica e quelle di Giampaolo Pansa sulla Nazione, Rinaldi aggiunge al quadro d’insieme il suo inconfondibile marchio di analista politico.
È una sintesi implacabile, la sua.
«Io ragiono da osservatore. Noto che il governo ha richiesto molto tempo per verificare i conti pubblici. Che poi ha chiesto altre settimane per decidere. E che allo stato attuale - non credo di poter essere smentito - non ha ancora detto se un provvedimento dell’importanza del cuneo fiscale, peraltro annunciato in campagna elettorale, si farà e come».
Se ne è parlato in questi giorni.
«Infatti, è proprio questo che non capisco. Si parlava di cinque punti di riduzione, lo si scriveva addirittura nel programma, ora non si sa nemmeno se il beneficio andrà a tutte le imprese o no».
La politica economica è delicata...
«Sugli Esteri non è che le cose vadano meglio: anche sul ritiro dall’Irak ho letto una incredibile quantità di parole. Ma i fatti sono che, allo stato attuale, malgrado la lodevole missione di D’Alema a Bagdad, non esistono né un calendario di ritiro né un piano sulle forme e sul sostegno da dare alla nascente democrazia irachena».
Si è detto che il ritiro ci sarà.
«Sì, entro Natale, sembra. O "entro la fine dell’autunno" come ha detto D’Alema, che poi è il 22 dicembre. Se fosse così si arriverebbe più o meno alla stessa data che era stata indicata da Silvio Berlusconi».
Lei è molto critico. Non teme di essere indicato come uno che tira acqua al mulino della destra?
«Non credo proprio, visto che in queste ore, la sensazione di sconforto che provo per i primi passi del governo di centrosinistra è mitigata solo dal sollievo per la fine del precedente. Il punto non è questo: il punto è che si nota una cronica incapacità di decidere e scegliere su alcunché».
Ad esempio sull’Afghanistan?
«Anche lì siamo allo scambio di idee in libertà, o almeno così mi pare. Il fatto nuovo, e forse imprevedibile, è che l’Unione, nel periodo che di solito è chiamato della luna di miele, ha esordito alienandosi le simpatie di categorie che sembravano vicine: mi riferisco ai magistrati, per esempio, che non sono ancora arrivati a una minaccia di sciopero, ma sono già su un terreno di contrasto del governo».
Lei pone il problema leadership?
«Sì. Essendo dotato di una dose ragionevole di realismo capisco le difficoltà di una coalizione così variegata e divisa. Però mi pare che si stia superando il limite di guardia».
Parole che stupiscono in bocca a un editorialista che non fa mistero delle sue simpatie per Prodi.
«Simpatie che non nascondo e confermo. Prodi ha avuto intuizioni, come quella del partito democratico, che lo pongono molto più avanti dei suoi alleati. Ma anche lui pare preda di una sorta di smarrimento collettivo».
Dovuto a cosa?
«È come se i partiti dell’Unione dessero tutto per scontato: come se fossero appagati dal semplice fatto di avere vinto, e anziché rimboccarsi le maniche si siano dedicati a godersi il successo. In realtà alle ultime regionali la Cdl aveva già ridotto i consensi, la vittoria non è certo dovuta a grandi meriti in campagna elettorale, anzi».
A cosa si riferisce?
«Alle sparate sulla politica fiscale e sulle tasse di successione: nelle ultime settimane prima del voto i leader dell’Unione sono andati a parlare di imposte in maniera assolutamente idiota».
E dopo?
«Ho visto che Massimo D’Alema, solitamente considerato una delle menti più lucide della coalizione, è andato dai giovani industriali, a parlare di tasse in maniera selettiva. Non mi è parsa una trovata d’ingegno. Anche perché in questo caso, è meglio agire che parlare».